Bambini e bambine che valgono meno di zero.  

(da Azione 13 maggio 2013)

Femminicidio, uno spettro si aggira: quello di Giovanna Reggiani
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    Una ricostruzione fotografica dei fatti avvenuti nel 2007
    quando Giovanna Reggiani fu stuprata e uccisa a Tor di Quinto, a Roma

    Era il 2007 quando Giovanna Reggiani fu sequestrata, stuprata e uccisa. Un femminicidio che allora non veniva ancora chiamato così perché non si usava, perché anche se le donne morivano già, era una parola che non circolava da queste parti. Ma quella morte, e quello stupro di una donna che tornava a casa dopo una giornata di lavoro, fu emblematico in questo nostro Paese. Quel femminicidio fu preso e cavalcato con azioni non certo rivolte al contrasto alla violenza sulle donne, ma fu usato e strumentalizzato per mandare fuori dall’Italia quegli stranieri che usurpano la nostra bella terra e ci rubano il lavoro. L’autore di quel reato era un rumeno e così, sull’onda dell’indignazione, due giorni dopo fu approvato un decreto legge, il 181/2007, ovvero “Disposizioni urgenti in materia di allontanamento dal territorio nazionale per esigenze di pubblica sicurezza”, cioè l’espulsione degli extracomunari, perché era colpa loro se le donne venivano stuprate e uccise: “vengono nel nostro Paese, ci rubano il lavoro e le donne, e poi vogliono anche fare i padroni”. Un concetto che andò talmente in fondo alle coscienze, che la percezione dell’immigrato fu completamente stravolta, fino a sentire la presenza “straniera” in maniera abnorme rispetto alla reale presenza: un numero di immigrati, quelli in Italia, che facevano ridere al confronto con paesi come la Francia, Gran Bretagna, Germania. Dopo due mesi la norma decadde ma il lavoro continuò e quando il governo Berlusconi approvò il pacchetto sicurezza nel 2008, tutti erano soddisfatti, e a nessuno, tanto meno ai mass media più “importanti”, sembrò importante far notare che in realtà la violenza contro le donne era nella maggior parte fatta da italiani e nelle loro case: come invece la ricerca Istat del 2006, pubblicata proprio nel 2007, aveva ben messo in luce con dati alla mano.

    Oggi le cose sembrano cambiate: si parla di femminicidio, le associazioni delle donne fanno convenzioni, tavoli, convegni, alcuni giornali (tipo questo) hanno avviato un serio lavoro su come l’informazione deve trattare l’argomento, si fanno appelli, petizioni, si scrivono libri, si producono piéce teatrali, talmente tanto che qualcuno si è accorto che, anche se ne sa poco o niente, parlare di femminicidio può essere un’opportunità per mettersi sotto un bel riflettore: non fosse mai che ne viene fuori qualcosa in più. A questo si aggiunga che nel frattempo un governo, quello “tecnico” di Monti che non ha mai dato una risposta seria alla violenza contro le donne, non c’è più e che al suo posto, malgrado legittime elezioni, è stata messa in piedi una traballante alleanza tra i rottami di una destra arrogante e securitaria, e un “centro-sinistra” incerto, debole, ma furbo: insomma tra un Pd e un Pdl, che (in teoria) dovrebbero avere idee diverse in proposito.

    Eppure gli accordi si fanno su tutto, perché non sul femminicidio? Una domanda a cui le donne, se ci tengono alla loro pelle, devono rispondere nette: perché no. E vediamo perché.

    La ministra delle pari opportunità, Josefa Idem, ha parlato di una task force intergovernativa, e cioè un’azione traversale tra diversi ministeri (cosa che Fornero non ha mai fatto), e che potrebbe dare una reale svolta con un indirizzo preciso all’esecutivo, ma solo se i diversi ministeri hanno chiaro qual è l’obiettivo: protezione, prevenzione e, solo alla fine, punizione. A lei era preceduta 10 giorni fa alla Casa Internazionale delle donne di Roma (e non a Ostia o da qualche altra parte come qualche giornale ha scritto), la presidente della Camera, Laura Boldrini, che oltre a spingere per la ratifica della Convenzione di Istanbul, aveva accolto l’ottima idea di una commissione d’inchiesta sulla violenza di genere, lanciando anche a una “campagna di ascolto” in parlamento con la partecipazione della società civile: due donne delle istituzioni che sembrano aver capito i termini della questione, e cioè che non si possono aspettare i tempi biblici di una legge contro il femminicidio, e che bisogna agire con un’azione trasversale e concreta, andando a fondo con una commissione d’inchiesta per capire bene cos’è che non funziona e cosa cambiare in profondità. Un’ipotesi rafforzata da una lettera al presidente del senato, Pietro Grasso, firmata da alcun* senatori e senatrici, tra cui la viocepresidente Valeria Fedeli, dove si chiede un impegno reale affinché “venga al più presto, da un lato, ratificata la Convenzione sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, fatta ad Istanbul l’ll maggio 2011”, e dall’altro, “venga costituita una commissione parlamentare di inchiesta che delinei il fenomeno del femminicidio, fornendo analisi, interpretazioni e adeguate soluzioni”.

    D’altra parte il ministro degli interni, Angelino Alfano, si è subito reso disponibile per creare questa una task force, affermando di voler creare un gruppo che si occupi della questione che sarà alla base della discussione del prossimo consiglio dei ministri. Sì, ma in che modo? Con quale gruppo?

    Oggi la ministra Idem ha scritto: “Ci vuole una risposta forte al femminicidio: mettiamoci tutti intorno ad un tavolo e facciamo squadra per raggiungere l’obiettivo, secondo un metodo che ho portato dallo sport. Tante volte anche nello sport vengono messe insieme risorse umane che non si trovano d’accordo ma che condividono l’obiettivo e quindi mettono da parte contrasti e vedute diverse”. Va bene, ma bisogna avere chiaro il problema per avere chiarezza di obiettivi, perché non è solo un problema di percorsi, e l’idea che Alfano ha su come risolvere il femminicidio, non credo coincida proprio con quella avanzata né da Idem né da Boldrini. Oggi la ministra alla giustizia, Anna Maria Cancellieri, ha parlato di azioni volte a intervenire sulla violenza solo in termini di pene e controllo, quando ancora bisogna risolvere il problema che le donne nelle aule dei tribunali non vengono né ascoltate né tutelatea, e se denuciano violenze in famiglia rischiano anche di perdere i propri figli. Le proposte fatte da Cancellieri di mettere il braccialetto elettronico agli stalker o di esigere l’arresto obbligatorio anche quando non viene presentata una denuncia da parte della vittima che invece è libera di scegliere, non solo non risolvono nulla ma potrebbero anche peggiorare la situazione. Proposte che , in accordo con Alfano, la ministra porterà al prossimo Consiglio dei Ministri.

    La cosa che mi preme dire è che oggi la società civile, le associazioni di donne che lavorano sulla violenza, hanno trovato alcune interlocutrici importanti all’interno di questa compagine istituzionale, e quello che spetta a noi adesso non è gridare al governo per indire degli Stati generali sulla violenza, che eventualmente toccherebbe alla socità civile e non al governo, ma vigilare attentamente su come questo governo si muoverà. Fare una petizione, come quella indetta dal progetto teatrale di Serena Dandini, “Ferite a morte”, non ha nessun senso in questo momento, perché è come gridare “a lupo! a lupo!” quando il tempo è scaduto, e l’effetto è peggiore perché c’è già chi è pronto a cavalcare il grido di allarme e di emergenza, strumentalizzando ancora una volta la violenza che si consuma sulla pelle delle donne. Ora le associazioni delle donne, e cioè chi sa cos’è la violenza sulle donne, chi ci lavora e non chi ha fatto un ripasso in tre mesi, deve monitorare scrupolosamente su come ora questo governo, che si è pronunciato pubblicamente, intende affrontare il problema, chiedendo una interlocuzione e una consultazione diretta, ed eventualmente dopo gridare: No! così non va!

    Ieri sul Tg1 ha già fatto capolino uno di quei servizi pericolosi e fuorvianti sul femminicidio, dove si insisteva tanto sulla pena, e in cui l’attrice Sonia Bergamasco (un’attrice appunto) parlava di violenza contro le donne come di “una terribile emergenza” senza sapere che invece la violenza in Italia è un problema strutturale, come ha fatto notare più volte “DiRe” (la Rete nazionale dei centri antiviolenza), e che per questo il femminicidio non va affrontato come un’emergenza (come invece vorrebbe la destra piddiellina). Così come, al punto in cui siamo arrivate, è superfluo (e forse anche pericoloso) chiedere al governo di indire gli “Stati generali sulla violenza” che in realtà, come si legge anche semplicemente su wikipedia, sono storicamente “un organo di rappresentanza dei tre ceti sociali” (quindi della società civile e non del governo) e che “si riuniscono quando incombono sul paese pericoli imminenti”. Ma se intendiamo la violenza di genere come “pericolo incombente” significa che non abbiamo capito nulla, e che forse è meglio tacere. Il pericolo vero adesso è che su questa scia, si torni a parlare del tunisino che massacra la moglie, come ha fatto vedere Vespa l’altro giono a “Porta a Porta”, riducendo il problema della violenza sulle donne a un problema di coppie miste, del “barbaro” in casa, anche se la maggioranza degli uomini violenti qui sono italiani. Così, se alla fine è sempre colpa o delle donne o degli extracomunitari, gli uomini possono stare tranquilli.

    Per la prima volta bisogna sostenere le donne che all’interno del parlamento sono ricettive, chiedendo che ascoltino attentamente chi di queste cose se ne intende, senza cadere nella trappola di Alfano, e chi con lui, tenterà di appiattire il femminicidio a un problema di emergenza e di sicurezza. Come avverte Barbara Spinelli, avvocata dei Giuristi Democratici esperta di femminicidio: “Non siamo disposte ad accettare oltre, strumentalizzazioni sul femminicidio a fini di visibilità personale o per perseguire altri obiettivi che non siano quello dell’autodeterminazione femminile. Le donne non sono soggetti deboli, la discriminazione che subiscono in quanto donne non è equiparabile a né ai bambini, né agli anziani, né ai disabili. Le donne che subiscono violenza in famiglia, da parte di padri, mariti, fidanzati, ex, sono discriminate rispetto ad altre vittime di reato, tanto nella protezione, quanto nell’accesso ai servizi, quanto nell’accesso alla giustizia. Spesso gli strumenti esistenti non vengono attivati sulla base di pregiudizi di genere, e assistiamo a situazioni abnormi come quelle che ultimamente riempiono i giornali”. Per superare questo ostacolo, bisogna quindi non gridare agli Stati generali, ma “avere sempre come riferimento che l’obiettivo dell’azione istituzionale deve essere quello di andare a rimuovere gli ostacoli materiali che impediscono alle donne il pieno godimento dei diritti fondamentali, primo fra tutti il diritto alla vita e all’integrità fisica”, e “di far luce sulla realtà con una relazione ufficiale, che venga fuori da una Commissione d’inchiesta, così che un domani, chi userà questi argomenti per opporsi alle necessarie riforme, verrà stanato per quello che è, cioè non un ignorante, ma un sessista”.

    “La tuttologia non salva la vita delle donne. Il populismo neanche”, dice Spinelli, ed “è un dato acclarato che la maggior parte delle donne uccise è vittima di femminicidio, così come è un dato acclarato che più della metà di loro aveva già chiesto aiuto alle Istituzioni. Questo significa che più della metà delle donne uccise ha ricevuto un aiuto inadeguato. Istituire una commissione d’inchiesta significa decidere di far luce sul perché, e quante volte, e da parte di chi, la risposta alla denuncia di violenza maschile sulle donne è stata inadeguata. E non solo per quelle circa 130 donne uccise all’anno in quanto donne, ma anche per tutte quelle sopravvissute che, dopo aver denunciato, non sono state adeguatamente protette, e hanno subito nuove aggressioni, che magari non le hanno uccise, ma le hanno lasciate in sedia a rotelle, o le hanno costrette a cambiare città o regione”.

    “E’ vero – conclude Spinelli –  spesso da singoli politici e dalla società civile arrivano anche richieste confuse o inappropriate, come fu al tempo la richiesta di castrazione chimica per i pedofili: per arginare questo fenomeno e la strumentalizzazione del femminicidio, le istituzioni devono essere preparate a mettere al centro la donna, e non altri interessi.Nel frattempo, una task force interministeriale, inclusiva di esperte non governative, potrebbe interagire con la commissione d’inchiesta, e procedere insieme nell’apportare le necessarie modifiche al Piano Nazionale Antiviolenza in scadenza, che si è rivelato scarsamente efficace perché non idoneo a raggiungere gli obiettivi previsti, sia per la formulazione inadeguata alla luce degli standard internazionali, sia per l’assenza di fondi specifici alla realizzazione di varie azioni, sia per il monitoraggio inesistente sulla sua attuazione. Ma occorre coerenza. Anche da parte di quei personaggi famosi che s’improvvisano e si proclamano paladin* dei diritti delle donne, salvo poi, al posto di supportare l’esperienza e la lotta portata avanti dalle donne, assumere la parola in loro vece, alle volte stravolgendola”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 10 maggio 2013 
IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Boldrini privata? a noi interessa quella politica
  • repubblica

    La copertina di “D di Republica” con l’intervista
    alla presidente della Camera, Laura Boldrini, in uscita domani.

    Non c’è niente da fare, questo Paese non migliora e riguardo le donne ormai gli stereotipi sembrano un riflesso incondizionato da cui non si riesce a uscire: un nodo che invece, come ci ha ricordato Violeta Neubauer della Commissione Cedaw dell’Onu in Italia l’anno scorso, va affronato e risolto se vogliamo districare anche il resto, femminicidio compreso.

    Lo so, posso sembrare petulante e antipatica, una presuntuosa che sa tutto e che se la tira (come pensano alcun*): un giudizio di cui pago il prezzo per parlare in maniera diretta e chiara, senza paura di sembrare anche un po’ dura. Ma devo dire che oggi mi dispiace andare a ragionare su una “buona intenzione” scivolata nel solito trabocchetto del dover rendere accattivante una cosa semplice: un’intervista alla terza carica dello Stato, e precisamente quella che uscirà domani su “D di Repubblica” con tanto di lancio in copertina. Un’intervista in cui Laura Boldrini spiega gli “effetti collaterali” della sua popolarità e di come, in veste di presidente della camera donna, sia stata sottoposta a un fuoco di fila dove la sua vita privata continua a essere sezionata e su cui emeriti sconosciuti hanno divulgato calunnie e offese, ricorrendo ai peggior stereotipi maschili sulle donne.

    “È stato vergognoso”, ha detto Boldrini a “D di Repubblica”, riferendosi alla rivista di gossip che ha pubblicato le foto con il compagno di vita: “Ci sono uomini che stanno con ragazze più giovani di trenta-quaranta anni e questo viene considerato normale. Se una donna ha un compagno di 11 anni di meno, diventa subito uno scandalo, e questo dimostra un maschilismo inaccettabile, un’arretratezza allarmante”. Poi la giornalista chiede: “ma cosa vogliono?” e lei risponde: “Non sanno come attaccarmi e per questo provano con il fango sulle mie scelte private. Hanno fatto anche circolare foto di una donna nuda in una spiaggia naturista, come se fossi io: ovviamente un falso assoluto, che però ha girato per giorni su siti e pagine Facebook. Tra uomini lo scontro rimane sempre politico, contro una donna si passa subito allo sfregio di tipo sessuale”.

    Benissimo, tutto chiaro: Laura Boldrini, la terza donna che in Italia ricopre la carica di presidente della Camera, sta troppo stretta, e quindi bisogna trovare qualcosa che non va, bisogna trovarlo e scaraventarlo addosso come una grossa pietra, anzi tante pietre fino alla sua lapidazione mediatica. E come si fa? Non c’è problema, siamo in Italia, quindi la si colpisce solleticando il peggio della cultura machista nostrana: una rete in cui, dopo 20 anni di Berlusconi, chiunque può cadere con facilità.

    Ma se le parole sono importanti, e se la realtà si cambia anche a partire dal linguaggio, perché alludere proprio in questa intervista a una certa “Camera con Laura” (quale? quella da letto, quella di casa sua?) con un occhiello “Boldrini in privato”, nel titolo di copertina, stampato sopra il suo primo piano? Che senso ha? È come negare il fulcro dell’intervista, e cioè che la vita privata è privata e che il fatto di essere una donna la sottopone al vaglio di uno stereotipo tutto maschile. Te lo sta dicendo, cos’è, non ci si rende conto del contenuto del’intervista quando si sceglie il titolo? Oppure la verità è che solletica troppo mettere un richiamo di copertina ammiccante su una donna che ricopre quella carica istituzionale, accarezzando (anche qui) uno stereotipo duro a morire e facile da cavalcare, su cui nessuno tanto dirà nulla perché ormai è dentro il costume e la metalità comune.

    La realtà è che oggi Laura Boldrini si ritrova a doversi difendere non solo dalle calunnie ma da un linguaggio violento a sfondo machista che sul web e sui social network è proliferato in pochissimo tempo, con truppe che sembravano pronte al primo segnale di via. Un bersaglio politico trasformato prontamente in un bersaglio “debole”, in quanto bersaglio femminile di facile attacco su un terreno sessista, con attacchi collaudati che ricalcano quelli dei fake che negano la violenza sulle donne (non esiste perché è la donna che lo vuole) e anche il femminicidio (non è vero che sono poi così tante le donne che muoiono). Attacchi che se respinti con forza, ci trasformano in vetero femministe “coi peli”, eterne zitelle castranti della libertà di pensiero, o “avvoltoi femministe” (come io stessa sono stata ribattezzata dal “Giornale“).

    Un terreno su cui qualora ci si provi a difendere, si viene prontamente accusate di censura: tanto che a oggi sul web ci sono almeno 5 fonti in cui è possibile leggere di una presidente, Laura Boldrini, che “piccata” da questi “scherzetti” sul web, ha osato difendersi per fermare il linciaggio partito nei suoi confronti. Sul “Giornale” (sempre lui, chissà perché), si legge “inediti e inquietanti particolari sullo smodato uso del potere, da casta vecchio stile, della presidente della Camera, Laura Boldrini, che per arginare la foto-burla che su Facebook ritraeva una finta Boldrini nuda, ha scatenato l’inferno e preteso la presenza di ben 7 poliziotti alla Camera così da monitorare il web e perseguire chiunque osi scherzare sulla terza carica dello Stato”.

    Scherzare? Allora perché non dare ragione ai mariti che picchiano le mogli di loro proprietà o gli ex che uccidono le fidanzate perché troppo innamorati. La radice culturale è la stessa e si chiama discriminazione di genere: un contesto dove la cultura dello stupro è talmente inserita nella mentalità, che non ci si rende conto e non si percepisce la violenza, con una svalutazione che porta a confondere le botte con il troppo amore, l’attacco sessista come fosse una burla, cose in fondo non gravi.

    Ma perché Laura Boldrini dà così fastidio?

    Perché è una donna autorevole che ragiona con la sua testa, che non rientra in quei canoni balordi, una donna che noi volevamo vedere su quella poltrona e che vorremmo fosse duplicata  su diverse poltrone decisionali di questo Paese. Una presidente che abbiamo incontrato mercoledi scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma, per un confronto aperto con la Convenzione “No More!” contro la violenza sulle donne, e che non solo non ci ha snobbate ma che è venuta, ci ha ascoltate e si è presa degli impegni sul femminicidio e lo ha fatto in maniera pubblica: una notizia che non ha fatto notizia perché fuori dagli “interessi” dei grandi giornali nazionali.

    Qui la presidente Boldrini ha ascoltato tutte le promotrici della “No More!” (la sottoscritta, Vittoria Tola, Barbara Spinelli, Francesca Koch, Titti Carrano, Simona Lanzoni, Oria Gargano) ma anche altre associazioni sempre interne a “No More” (tra cui Teresa Manente di Differenza Donna) e le parlamentari presenti (come Rosa Calipari, che fin dall’inizio ha appoggiato “No More!”), ragionando con noi su cosa fare concretamente per fermare una violenza ormai diventata strutturale all’interno del Paese. Un tavolo di esperte della materia, dove Boldrini ha fatto un discorso e ha espresso un impegno non scontato da parte della terza carica dello Stato: ed è questa la notizia, non la sua “camera”.

    “Io non sono un’esperta di tematiche di genere – ha detto Bolrini alla Casa delle donne – ma sono una persona che ha sempre avuto un’educazione nel rispetto dei generi, e ritengo che una donna possa fare tranquillamente quello che fa un uomo e viceversa, perché il problema è culturale e politico. Per il mio lavoro sono andata nei luoghi di conflitto, e non potete immaginare quante volte mi sono sentita dire ma come, vai via dei mesi e lasci tua figlia?,come se questo tipo di lavoro non fosse adatto a una donna”.
    “Eppure – ha detto Boldrini – ho visto lo stupro adottato come arma di guerra in Bosnia, con donne violentate all’ottavo mese di gravidanza. Chi vede questo non può non maturare che tutto ciò va cambiato, e che questo cambiamento ci sarà solo se ci portiamo dietro tutte le donne nel mondo con la consapevolezza che la nostra è una battaglia doppia. In Italia solo il 52 per cento delle donne lavora, e visitando i centri antiviolenza, mi sono resa conto di come siamo messe. Per capire in profondità cosa era successo, ho dovuto fare un film all’indietro, a come siamo state rappresentate in questi ultimi 20 anni, con un corpo usato quale volano per qualsiasi cosa, comprese le pubblicità su qualsiasi prodotto. Forse noi non pensavamo che facesse così leva, ma lo abbiamo permesso, perché se oggettivizzi il corpo femminile spiani anche la violenza contro le donne, perché di un oggetto puoi fare quello che vuoi: gettarlo a terra, passarci sopra, puoi fare tutto”.

    Un discorso che si è concluso con l’impegno da parte della presidente della camera a sollecitare “la commissione Esteri per la ratifica immediata della Convenzione di Istanbul” e a “raccomandare buone pratiche secondo la Convenzione No More”: una vittoria per la società civile con cui Boldrini vuole avviare “una campagna di ascolto” in Parlamento per aprire “ogni settimana su un tema specifico, da riportare alle commissioni con raccomandazioni per sostenere il lavoro legislativo”.
    “Userò i miei poteri per ottimizzare il lavoro perché tutto ciò possa cambiare”, ha detto Boldrini, invitando le parlamentari a unire le forze all’interno delle istituzioni sui temi di genere che riguardano la violenza, il lavoro, la salute, il welfare, la rappresentanza.

    A tutto ciò ha fatto eco Rosa Calipari, deputata del Pd presente alla tavola rotonda e fin dall’inizio aderente alla “No More!”, che ha sottolineato la presenza di ben 10 disegni di legge in Parlamento sul femminicidio, sottolinenando che più che “una legge che entri troppo nello specifico” (come il ddl sul contrasto al femminicidio di Anna Serafini, oggi ripresentato da Daniela Sbrollini, o quello di Giulia Bongiorno), sarebbe più efficace un indirizzo chiaro all’esecutivo che coinvolga tutti i ministeri, dal lavoro, alle pari oppotunità, la salute, ecc., in una direzione che vada a favore delle politiche per le donne e dove sia chiara la centralità della prevenzione della violenza e della formazione di chi di questo si occupa.

    Ma di questo, non ne ha parlato quasi nessuno.

di Luisa Betti 
pubblicato il 26 aprile 2013 
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    Fotogramma del video girato con il cellulare della madre nel caso dei bambini sottratti in provincia di Salerno

    Un velo pietoso, anzi un velo nero pieno di vergogna è quello che si è posato sul nostro Paese, e non da ieri. Un’Italia che non ascolta la voce donne e bambini disperati, istituzioni con uomini troppo occupati a spartirsi porzioni di potere e ancora troppe donne riverse e appiattite su politiche che non sono certo a vantaggio del loro genere. Napolitano ha giurato per la seconda volta e mentre si appresta a riunire il peggio degli ultimi due governi italiani, in Italia si continuano a infrangere gravemente i diritti fondamentali della persona.

    In un clima di decadenza culturale e politica, l’Italia continua a non ascoltare le donne e a non proteggere i minori, con conseguenze che saranno devastanti per il futuro. Parlo di violenza, violenza domestica ma anche istituzionale, parlo di un’indignazione contro questa violenza trasformata nel giro di pochi mesi in una propaganda contro il femminicidio che consentirà anche a questo governo di non fare nulla di immediato e concreto. Una tragedia che mette l’Italia ai primi posti per lesioni gravi ai diritti di donne e minori, con il concorso delle stesse istituzioni.

    Cosa succede? allora, mettiamo che oggi una donna italiana si separi da un marito violento con figli minori presenti in famiglia, mettiamo che parli e denunci, e che ci siano anche ricorsi in penale per violenze subite da lei e assistite e/o subite dai figli, mettiamo che il giudice dia l’affido eslusivo a questa madre allontando il coiniuge violento, e poi mettiamo che questo ex conuige, per vendicarsi della moglie e per ripristinare il suo controllo sui figli, faccia un ricorso per l’affido e che per fare ciò si avvalga di un avvocato che invece di placare gli animi, alimenti lo scontro, lucrandoci. Poi a questo aggiungiamo anche una perizia, fatta da uno psichiatra o da uno psicologo di fiducia, che diagniostichi una malattia inesistente, la Pas (sindrome di alienazione parentale), a questo punto cosa può succedere? Che il giudice accolga la diagnosi della fantomatica Pas, che rende tutto più veloce, e che i bambini siano affidati a una struttura in cui il minore sarà “resettato” e quindi costretto a frequentare il genitore rifiutato attraverso l’allontanamento progressivo del genitore accudente, perché la Pas colpisce i bambini che non vogliono vedere uno dei due genitori, “alienazione” di cui sarebbe responsabile l’altro. E questo succede, malgrado la Pas non sia mai stata riconosciuta ufficialmente e non sia presente neanche nell’ultimo Dsm, malgrado sia stata “inventata” da uno psichiatra americano che giustificava la pedofilia, e malgrado ci sia una recente sentenza di Cassazione (quella sul caso del minore di Padova, il cui video è stato visto nel mondo), che ha messo in guardia gli stessi giudici dall’utilizzare nei tribunali questa pseudo sindrome. Una doppia violenza, di tipo privato ma anche istituzionale, con bambini dichiarati “malati” attraverso discutibili diagnosi in Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) e in base a questo prelevati anche con la forza a scuola o sotto casa, da operatori dei servizi sociali accompagnati dalle forze dell’ordine, e messi in strutture “neutre”.

    Il caso dei due bimbi di 7 e 8 anni prelevati dai servizi sociali per essere collocati in una casa famiglia di Salerno in quanto appunto “affetti da Pas” (e non, come molti giornali hanno scritto con evidente ignoranza, conla mamma malata di Pas o accusata di Pas, come se fosse un reato), è però ancora più grave. Qui il curatore dei minori aveva richiesto la sospensione della potestà del padre per molestie sessuali che sarebbero emerse dalla testimonianza dei piccoli durante un colloquio con lo psicologo, e su cui il tribunale si è espresso con la decadenza della potestà del genitore abusante, potestà tolta anche a quello accudente,  cioè la madre, che avrebbe manipolato i bambini per allontanarli dal padre facendo “ammalare” i figli di Pas, tanto che ora i piccoli rischiano l’adozione a terzi. Un fatto su cui anche il semplice buon senso percepisce che c’è qualcosa che non quadra: che voglia può avere un bambino nell’incontrare un genitore abusante e/o violento? Ma soprattutto, come accusare l’altro genitore di manipolare i ragazzini se il fatto di non difendere i figli da un membro della famiglia abusante e/o violento, può delinenarsi come un reato? Il caso è rimbalzato sui media perché la madre, che non ha più rivisto i figli da quel 15 marzo, ha reso pubblico il video con cui ha registrato il prelevamento dei piccoli mentre tornavano a casa da scuola con lei in macchina. Un video il cui sonoro testimonia la disperazione dei bambini al pensiero di non rivedere la mamma, alla quale uno dei due chiede: “Ci uccideranno?” (cliccare per vedere il video in forma protetta dal sito di “Leggo”).

    C’è da dire che in Italia questo non è un caso isolato e che tutto ciò succede più spesso di quanto si pensi, perché nella maggior parte dei casi in cui viene utilizzata la Pas, si prevede quasi sempre una madre “malevola” reponsabile della interruzione dei rapporti con un genitore che il minore non vuole vedere perché magari violento e/o abusante.

    Un caso, quello di Salerno, che riaccende i riflettori su una tragedia in cui i bambini sottratti con modalità del tutto opinabili, sono tantissimi (come testimoniato anche dal video girato sul caso di Padova). Ieri lo stesso presidente dell’Osservatorio dei diritti dei minori, Antonio Marziale, si è espresso su questi casi con toni durissimi, affermando che “Lo Stato non può assumersi la responsabilità di un danno irreversibile nei confronti di creature inermi e indifese, tanto più grave perché provocato a scuola, luogo di protezione per eccellenza. Le riprese effettuate con l’ausilio del telefonino e penetrate nelle case di tutti gli italiani, a testimonianza della sofferenza dei bambini, rendono intelligibile una modalità di esecuzione del provvedimento degna di essere paragonata ai tempi della Gestapo”. Modalità di cui l’esempio limite è quello di un bambino che per essere prelevato ha avuto 14 poliziotti schierati sotto casa perché si rifiutava categoricamente di seguire gli operatori dei servizi sociali i quali, per fortuna, alla fine non hanno avuto cuore di portarlo via perché irremovibile nel rimanere a casa con la madre. Cose di cui i media non parlano a meno di uno scoop provocato dalla disperazione di queste madri.

    Oggi in Italia ci sono circa 40 mila bambini che transitano in strutture come casa famiglia o comunità, e tralasciando gli orfani o i minori con genitori impossibilitati all’accudimento, una parte di questi bambini sono rinchiusi in strutture perché tolti ai genitori non solo a causa della fatomatica Pas, ma anche per semplice conflittualità dei coniugi in via di separazione (anche in assenza di violenza e/o abuso), o perché i servizi sociali ritengono inadeguato il nucleo familiare: un vero business se si pensa che a queste strutture tenere i piccoli significa ricevere dai 3.000 ai 6.000 euro al mese a bambino, cifre che sfamerebbero 3 di queste famiglie catalogate come indigenti. Bambini con genitori viventi, che vengono affidati a terzi e che rischiano l’adozione, prelevati con modalità discutibili da scuole o da casa, e messi a regime con psicofarmaci nelle case di accoglienza dove possono subire anche violenze, come dimostra il caso di Forteto a Firenze: un caso su cui pochi giornali hanno scritto, ma dove Rodolfo Fiesoli, e altre 22 persone, sono stati rinviati a giudizio “nell’inchiesta sulle violenze sessuali e maltrattamenti che sarebbero stati inflitti agli ospiti della comunità, tra cui minori in affidamento con il consenso dei tribunali e il sostegno di enti pubblici”. Una comunità dove, come ha detto alla “Nazione” Paolo Bambagioni, vicepresidente della Commissione regionale d’inchiesta sul caso-Forteto,vi era “una precisa responsabilità del Tribunale con i nomi delle persone che hanno svolto la funzione negli anni, che hanno preso minori in difficoltà per assegnarli a famiglie affidatarie di una comunità ai cui vertici c’erano persone condannate nell’85 per reati sui minori. All’epoca ci fu chi, tra i giudici, sostenne che la sentenza contro Fiesoli e Goffredi era sbagliata”. La prassi, per Bambagioni, è che “Il servizio sociale segnala il bambino che sta male nella famiglia d’origine. Il giudice valuta e glielo toglie”: ma con quali criteri di assegnazione?

    L’anno scorso a Napoli non ha fatto notizia, l’inchiesta su una casa famiglia in cui vi erano “ragazzini usati come merce di scambio per lucrare sui fondi del Comune destinati all’accoglienza residenziale dei minori provenienti da famiglie disagiate” e dove “un’assistente sociale che aveva chiesto ai responsabili di una struttura una tangente per l’affido di due minori”, è stata “fermata in flagranza di reato con una mazzetta da 800 euro in tasca”. Un business “con una movimentazione di 30-32 milioni di euro”, a favore di chi gestiva le politiche del welfare per conto del Comune e dove i bambini “erano usati come merce di scambio per lucrare sui fondi che il Comune destina all’accoglienza residenziale dei minori”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 23 aprile 2013 
IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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  • inoutput

    Locandina del progetto “Ni una más” oggi in scena al teatro Miele di Trieste

    Nerina Cocchi è venuta apposta a Firenze per conoscermi, per parlarmi del suo progetto contro la violenza sulle donne perché ci crede, perché è una esperienza dal basso e perché è un percorso faticoso quello che lei, e chi collabora con lei in questo lavoro, stanno facendo. Si tratta di un progetto internazionale che parte dalla presentazione di un lavoro teatrale sul femminicidio che per autofinanziarsi deve trovare i fondi, ed è per questo che Nerina gira il mondo, per dare una voce libera contro la violenza. ”Ni una más” è uno spettacolo sul femminicidio dal testo di Mia Parissi, e la compagnia è composta da lei, che è la regista, da l’attrice Giovanna Scardoni, la costumista Giulia Pecorari, il compositore Davide Fensi, il fotografo Andrea Messana e il video-artista Daniel Pinheiro, che ha creato un monologo potente con la scenografia di frammenti di ceramica e un costume di 81 pezzi di simil-ceramica tenuti insieme da 400 calamite, che piano piano cadono sulla scena formando i mille pezzi delle donne uccise dentro e fuori dalla violenza.

    Nerina è convinta e ci crede, e qualche mese fa mi scrive senza esitazione: “Sono Nerina Cocchi, una regista basata tra Francia e Italia. Le scrivo perché sono una sua avida lettrice, e vorrei ringraziarla del suo contributo così costante sull’argomento del femminicidio. Al momento, con inoutput, la compagnia che ho fondato nel 2010 con il fotografo Andrea Messana, stiamo producendo Ni una más, uno spettacolo proprio sul femminicidio , basato su un testo di Mia Parissi, che abbiamo cominciato a mettere in scena durante una residenza presso La MaMa Umbria International, sede italiana dello storico La MaMa ETC di New York, a ottobre scorso, e poi che ci ha portato in viaggio in Nord Italia per la creazione del prologo fatto di voci di donne che sono morte o che moriranno, ottenute attraverso interviste a passanti, conoscenti, professori, specialisti, giuristi intorno all’argomento del femminicidio. Noi vogliamo mostrare come il femminicidio faccia parte della nostra realtà quotidiana e la compagnia stia cercando, attraverso una campagna di crowfunding (raccolta fondi dal basso), di creare un progetto basato in questa quotidianità. Ovvero, vogliamo che questo spettacolo sia un’opportunità per la comunità di esprimere una volontà di cambiamento e, nella partecipazione a questa raccolta fondi, un impegno diretto nella creazione e la realizzazione di questo spettacolo”.

    Mi spiega che questo progetto è un progetto dal basso, senza committenti, con la partecipazione attiva della società civile su un tema che coinvolge le donne di tutto il mondo percvhé “Accedere ai fondi pubblici per questo tipo di iniziative è difficile, e per questo inoutput ha deciso di lanciare una campagna di raccolta fondi su internet”, che “inoutput ha scelto questo metodo perché il femminicidio fa parte della realtà di tutti“, e per questo crede che sia possibile realizzare “Ni una más” con la partecipazione e il sostegno della comunità: “È quindi in quest’ottica che chiediamo aiuto e partecipazione. Qualsiasi donazione, di anche soli 5€, è quella che può fare la differenza tra la realizzazione o meno di questo progetto“, conclude Nerina.

    Oggi si comincia e, finalmente, “Ni una más” va in scena al Teatro Miela di Trieste alle 18.

    Istituto Livio Saranz e Coordinamento donne SPI – Cgil del Friuli Venezia Giulia

    presentano al Teatro Miela di Trieste

    NI UNA MÁS/NON UNA DI PIÙ

    prodotto da inoutput
    di Nerina Cocchi
    con Giovanna Scardoni
    scritto da Mia Parissi
    scene e costumi Giulia Pecorari
    musiche Davide Fensi
    virtual orchestration and sounds Michele Busdraghi
    fotografia Andrea Messana
    video Daniel Pinheiro

    “Ni una más di Mia Parissi è una voce che si alza dalla confusione collettiva. È la voce di una donna dalle ossa ben solide che chiede che si aprano gli occhi al femminicidio, a questa violenza contro le donne che isola, che limita, che ammazza. “Ni una más” è mai più. Che mai più una donna sia toccata dalla violenza, a parole e a fatti. Non perché è donna, e quindi debole. Non perché l’uomo in quanto uomo è violento. Non si tratta di una lotta tra i sessi, ma di andare oltre le parole “vittima”, “abuso” e “superiorità”. Si tratta di capire che se qualcuno picchia, insulta, ammazza, siamo tutti responsabili. Perchè scegliamo di non vedere, di non guardare, di non parlare. Slogan coniato da Susana Chávez nella provincia di Juárez in Messico come richiamo alle onde di rapimenti e violenze contro le donne con il tacito accordo di polizia e istituzioni, Ni una más diventa attraverso il ritmo di Mia Parissi un urlo potente che parla del femminicidio in Italia. E non solo. Parla delle ossa che si spezzano nella società. Parla di occhi verdi che trapassano il cuore, della bellezza dello spirito umano che ci anima, e ci eleva, tutti. Parla di alberi, di rami, di radici che continuiamo a calpestare, senza renderci conto della loro solidità”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 16 aprile 2013 
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   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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L’Italia entra ufficialmente nel V-Day
  • vdayutvs_web

    Il logo della campagna internazionale del V-Day all’interno del quale si è svolto
    One Billion Rising lo scorso 14 febbraio

    L’Italia entra a pieno titolo nel V-Day, il movimento globale contro la violenza alle donne che il 14 febbraio di quest’anno ha coinvolto circa 200 paesi in tutto il mondo, un giorno in cui donne e uomini del Pineta si sono alzati per dire no alla violenza sulle donne. Il coordinamento nazionale per l’Italia da ora in poi avrà come referenti tre donne ufficialmente riconosciute a New York per il V-Day: Nicoletta Billi,portavoce italiana di Eve Ensler, autrice de “I monologhi della vagina”, e  le modenesi Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi del Comitato V-Day Modena. A loro è stato affidato l’incarico ufficiale per il coordinamento nazionale dell’edizione ‘‘V-Day Italia 2014″. A designare l’Italia come membro ufficiale della campagna,è stato ilsuccesso di partecipazione ottenuto da One Billion Rising, la campagna di mobilitazione internazionale per celebrare il 15° anniversario del V-Day, svoltasi lo scorso 14 febbraio, e che ha portato nelle piazze nel nostro Paese oltre 300mila persone, con 250 eventi e la presenza di oltre 400 associazioni. La nomina si è svolta a New York una settimana fa, in una riunione operativa di New York ristretta a 22 partecipanti, oltre alle fondatrici tra cuiEve Ensler, con Stati Uniti, Centro America, Sud Africa, India e Filippine, Inghilterra, Balcani e Paesi dell’Est Europa e Italia. L’iniziativa è stata l’occasione per fare il punto sulle ultime campagne mondiali di One Billion Rising V-Day.

    Il riconoscimento che ci è stato dato negli Stati Uniti – dice Nicoletta Corradini - ci ha riempito di grande soddisfazione e ci motiva ad andare avanti per coinvolgere attraverso il V-Day sempre più persone verso un importante cambiamento culturale sulla prevenzione e sul contrasto alla violenza, utilizzando nuovi approcci comunicativi per agire la politica attraverso l’uso della creatività e delle arti. Con la prossima campagna il V-Day intende anche in Italia farsi parte attiva sul tema della giustizia e chiedere alla politica interventi urgenti. In primo piano, la ratifica della Convenzione di Istanbul, come primo passo per tutelare le donne da discriminazione, femminicidi, violenza”. 

    LA STORIA

    15 anni di V-Day

    Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza

    “Quando abbiamo iniziato col V-Day 15 anni fa – afferma Eve Ensler la scrittrice e performer americana, autrice de I monologhi della vagina che da 15 anni dà vita al movimento globale contro la violenza sulle donne – abbiamo avuto l’idea scandalosa che si potesse porre fine alla violenza contro le donne. Da allora, centinaia di migliaia di attiviste/i in oltre 140 paesi nel mondo, sui palcoscenici e dal pubblico del V-Day, si sono uniti per chiedere di porre fine alla violenza contro donne e bambine”.

    Il V-Day, campagna internazionale di mobilitazione per il contrasto e la prevenzione della violenza sulle donne, ha portato in questi anni la rappresentazione “I monologhi della vagina” con successo nei maggiori teatri di tutto il mondo. Migliaia di donne, di ogni età e provenienza, madri, figlie, nonne, nipoti, professioniste e impiegate, operaie e casalinghe, spesso attrici dilettanti, sono salite su un palco per dire no alla violenza, contribuendo all’autofinanziamento dell’associazione e alla raccolta fondi per le organizzazioni e per i progetti che nel mondo si battono contro tutti i tipi di violenza, incluso lo stupro, l’incesto, la mutilazione genitale femminile e la schiavitù sessuale. Il V-Day è stato definito: “Una delle più efficaci campagne di sensibilizzazione contro la violenza dell’ultimo decennio. Un affresco di femminilità, coraggio e umorismo che ha fatto arrossire, ridere e commuovere le platee internazionali”. Ad oggi l’Associazione V-Day allestisce nel mondo più di 1.500 eventi creativi l’anno, fra rappresentazioni teatrali, incontri e workshop.

    Ancora oggi, le Nazioni Unite affermano che 1 donna su 3 nel mondo sarà picchiata o violentata nell’arco della sua vita. Su una popolazione mondiale di 7 miliardi di persone, ciò vuol dire più di un miliardo di donne e ragazze. Un vera e propria strage, una violenza inaccettabile, che si può e si deve fermare. Per celebrare il 15° anniversario del V-Day, è stata quindi lanciata la campagna di mobilitazione internazionale One Billion Rising: un flash-mob planetario che ha ricevuto l’adesione di 202 Paesi, 5mila Associazioni, Ong, Istituzioni.

    L’organizzazione internazionale V-Day ha affidato al comitato V-Day Modena il coordinamento in Italia della campagna One Billion Rising  per l’esperienza delle attiviste, è infatti dal 2007 che a Modena e provincia vengono portati in scena i monologhi per sensibilizzare riguardo al tema della violenza sulle donne. La campagna, che ha compreso la realizzazione di filmati e riprese da vari luoghi in tutto il mondo, e alla quale hanno aderito attivisti e organizzazioni di 177 paesi, è iniziata a Modena il 25 novembre 2012 con una prima scintilla di danza/flash-mob in Piazza Grande, e si è conclusa il 14 febbraio 2013, giorno del 15° anniversario del V-Day, con la danza di protesta all’unisono di un miliardo di persone in tutto il mondo.

    In quasi duecento città italiane si sono svolte danze e flash-mob.

    “I monologhi della vagina”

    È una raccolta delle testimonianze di 200 donne di ogni età, provenienza e condizione sociale, che hanno raccontato le proprie esperienze di ordinaria  quotidianità, e di altrettanto ordinaria violenza, a Eve Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice e docente universitaria americana, che si è lasciata coinvolgere tanto da improvvisarsi anche attrice per la prima teatrale a New York. Lo spettacolo, che in seguito ha attraversato gli Stati Uniti e da anni è in viaggio per il mondo, è stato considerato dal New York Times “probabilmente il più importante pezzo di teatro politico dell’ultimo decennio”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 16 aprile 2013 
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   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Effetto Pas: le suore querelano la mamma di Cittadella
  • Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma sul caso di Cittadella.

    Copertina del libro di Consuelo Barea e Sonia Vaccaro, citato nella sentenza di Cassazione di Roma emessa dalla giudice Gabriella Luccioli (Presidente di sezione della Cassazione) sul caso di Cittadella.

    La notizia è passata un po’ inosservata, ma è vero che ora anche le suore vogliono portare in tribunale la mamma del bimbo che lo scorso autunno scioccò il mondo per il video in cui veniva trascinato via dalla scuola per essere collocato in casa famiglia, con un provvedimento del tribunale in cui si dichiarava il piccolo affetto da Pas (sindrome di alienazione parentale): una sentenza rimessa in discussione 10 giorni fa dalla corte di cassazione, che ha ricollocato il minore nella casa dove aveva sempre vissuto, disponendo un nuovo processo d’Appello davanti alla Corte di Brescia. Un caso che ha fatto scalpore perché il piccolo fu prelevato dalla scuola con un intervento della Polizia e con il trascinamento del bambino – come si vede dalle immagini trasmesse da “Chi l’ha visto”- a cui partecipò fisicamente anche lo psichiatra che aveva effettuato la Ctu (consulenza tecnica d’ufficio presso il tribunale) pur dovendo essere super partes. Un episodio che portò il ministero della salute, esperti e psichiatri, tra cui recentemente anche la SIP (Società Italiana di pediatria), a dichiarare l’inesistenza della Pas: una malattia che in Italia colpirebbe migliaia di bambini contesi tra genitori in via di separazione, da cui però si guarirebbe al 18° anno di età. Una teoria, quella della Pas, accettata in molti tribunali italiani ma messa in dubbio da più parti, compresa la sentenza di Cassazione che sul caso di Cittadella scrive non solo che “l’ipotesi della Sindrome di Alienazione Parentale (PAS) necessita di un conforto scientifico”, ma precisa riferimenti accademici internazionali che la disconoscono, sottolineando la sua assenza nel DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) e facendo riferimento al suo fondatore, il “professor” Richard Gardner, come a un “volontario non retribuito” presso la Columbia University noto anche per “l’aver giustificato la pedofilia”. Una sentenza che ha riportato il bimbo nella casa materna, dove era vissuto fino al momento di entrare nella struttura, e che ribadisce il principio per cui un giudice, prima di esprimersi, è tenuto a verificare “il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale”, in assenza della cui verifica si corre il rischio “di adottare soluzioni potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che teorie non rigorosamente verificate pretendono di scongiurare”(testo integrale della sentenza).

    Eppure le suore della struttura in cui il minore è rimasto in questi mesi, ci sono rimaste male, perché ormai al bambino si erano affezionate, tanto che prima della querela alla madre, la stessa suor Parolin aveva scritto una straziante lettera in cui si ripercorreva l’indimenticabile periodo passato dal minore in casa famiglia, lontano dalla mamma e dagli affetti, ma insieme alle suore dove “Eri felice e mi facevi felice” (testo integrale della lettera).

    Ma a far scattare Suor Parolin, responsabile della casa famiglia “Priscilla” di Padova, non è stata l’assenza di una risposta del minore ma le dichiarazioni in diretta che la mamma del bimbo ha fatto su Canale 5, che la struttura ha dichiarato di voler “smentire categoricamente”,negando “la rappresentazione fuorviante della struttura e del suo operato”, precisando che la comunità ha assolto al proprio compito “con la massima attenzione ed impegno per la tutela del bambino, nel pieno rispetto delle indicazioni tecniche e delle decisioni dell’autorità giudiziaria”. La mamma però, che ha sorvegliato la casa famiglia per tutto il periodo in cui il figlio ha vissuto fino al giorno in cui è stato riportato a casa, ha ravvisato alcune irregolarità di cui comunque la struttura dovrà rendere conto. Ricordiamo che la sentenza precedente a quella della Cassazione, che aveva tolto la patria potestà alla madre, era basata sulla Pas ma che a monte c’era l’interruzione del rapporto padre-figlio, un rapporto non desiderato dal minore ma neanche favorito dalla donna: una mancanza che ha portato a un contrasto senza fine, al di là della Pas.

    Riguardo la struttura, l’avvocato Andrea Coffari – che assiste la signora e che ha precisato che continuerà a seguire il caso solo se saranno rispettati gli incontri padre-figlio – ha sottolineato come in generale sia importante che i genitori “siano il più possibile paritari nella frequentazione del bambino”, soprattutto se il minore è in una struttura e quindi lontano dal suo ambiente, una precauzione che sembra non sia stata osservata in questo caso, in quanto nella struttura la mamma, con cui il piccolo aveva vissuto fino a quel momento, “era passata da tre visite settimanali a una sola visita a settimana, perché dopo un primo momento di ripresa del rapporto padre-figlio, lo stesso stentava a decollare e quindi si è deciso di bloccare gli incontri con la madre”.

    “Il padre qualche volta lo ha portato a casa sua a dormire – continua Coffari –  ma il problema è stato che a un certo punto la struttura ha deciso che due bambini di sei anni accompagnassero L. nel pernottamento da suo padre, una cosa non scritta da nessuna parte. Per quanto mi riguarda ho fatto una segnalazione al comune di Padova, ai legali della casa famiglia, al tribunale dei minori e non ho avuto nessuna risposta. Il problema però è che dentro la struttura la stessa equipe di psicologi che consigliava le restrizioni delle visite della madre, erano gli stessi che facevano diagnosi di Pas: una teoria in cui la sistematicità dello screditamento della maternità si basa sul fatto che solo allontanando il genitore di riferimento del minore, il bambino è costretto ad avvicinarsi all’unico genitore che gli rimane”.

    Per Giovanni Corsello, Presidente della SIP, non solo “la Sindrome di Alienazione Parentale non è riconosciuta dalla letteratura scientifica di riferimento e non è inclusa né nel DSM né nell’ICD (International Classification of Diseases) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”, ma “se i bambini soffrono per il divorzio dei genitori non devono essere etichettati con patologie, ma ascoltati, non obbligati ma aiutati”. Maria Serenella Pignotti, pediatra e neonatologa, aggiunge che “Innanzitutto non esiste alcuna evidenza che un procedimento giudiziario possa determinare una sindrome psichiatrica, e si diagnostica alla madre la PAS basandosi sull’esame dei figli e si prescrive un trattamento ai bambini basato sull’esame delle madri. Trattamento che invece di risolvere o alleviare il quadro clinico, è pura coercizione”.

    Eppure i giudici accettano una soluzione sbrigativa, perché se la relazione dichiara che si tratta di un malato mentale in cui la colpevole è la madre, risolvono la questione rapidamente mettendo il minore in una struttura in cui “verrà resettato”. 

    A parte il caso di Cittadella, che non riguarda quello che adesso andiamo ad affrontare, tra le mani dell’avvocato Coffari, che si occupa solo di minori, capitano anche “casi allucinanti” legati alla Pas ma che in realtà nascondono violenza domestica: “Nei tribunali si chiamano periti per capire se ci sono tare in famiglia, suggestioni sui bambini, e il risultato è sempre che è la madre la figura negativa, un paravento usato spesso per nascondere il vero tabu che è quello della violenza domestica, con una mancanza di serietà, logica e competenza, in cui il punto è solo salvare la figura paterna al di là della realtà. Dei casi di cui mi sono occupato – continua – circa il 10% nasconde un caso di incesto, bambini e bambine che non vengono ascoltati e aiutati e che poi soffriranno a loro volta di gravi disturbi. Noi ce lo siamo dimenticato ma l’incesto, in una società patriarcale come la nostra, è tollerato da sempre e qui da noi fino al ’68, secondo il codice civile del Regno delle due Sicilie, i bambini si potevano sposare a 12 anni. E da questo capisci che non è un’aberrazione ma è sistema”.

    Eppure la Pas viene usata ancora in maniera massiccia con giudici che si affidano a diagnosi di una malattia inesistente che è sufficiente però a spedire un bambino in casa famiglia per colpa di un rapporto “simbiotico” con la madre, un paradosso che ha invaso soprattutto il nord Italia, tanto che un’avvocata che segue questi procedimenti, e che a sua volta è stata vittima di un procedimento del genere, ha dichiarato che “il triangolo è proprio tra Piemonte, Veneto e Liguria, in cui la maggior parte dei ricorsi vengono fatti da padri che in regime di affido esclusivo alla madre, concessa per lo più in casi di violenza domestica, tendono a impugnare ricorrendo alla Pas per sottrarre il minore all’autorità materna, una prassi sostenuta da avvocati ben pagati e psicologi altrettanto costosi, ma soprattutto da assistenti sociali che prelevano minori con molta facilità”.

    Per colpa della Pas, ma anche per semplici “disturbi della personalità”, un numero crescente di minori viene rinchiuso in strutture, con un costo dello Stato che varierebbe da 3.000 a 6.000 euro al mese (ma anche di più): cifre che sfamerebbero un esercito di famiglie, nel caso in cui il prelevamento del bambino fosse causato, per esempio, dall’indigenza dei genitori. Sara Vatteroni, assessora della Provincia di Massa Carrara, ha detto durante un convegno a Napoli che “un rapporto realizzato per conto del ministero dall’istituto degli Innocenti di Firenze ha messo in luce che i minori dati in affido al 31 dicembre 2010 e accolti nelle famiglie affidatarie e nelle comunità erano 29.309”, dati che se confrontati con gli anni passati appaiono in aumento. “Come si è già detto all’inizio – spiega – i dati evidenziano un aumento del fenomeno nell’arco degli ultimi 12 anni dovuto all’incremento del ricorso all’istituto dell’affido. Il numero degli inserimenti in famiglia, infatti, è aumentato del 42 per cento, mentre i collocamenti in comunità sono rimasti nel periodo pressoché pari a quelli registrati nel 1998. Oggi le due forme di accoglienza interessano, a livello nazionale, lo stesso numero di bambini: 14.528 in affidamento e 14.781 in comunità. Un dato che se preso non come saldo di fine anno ma considerando tutti coloro che transitano nelle case famiglie nel 2010, raddoppia arrivando a 40 mila minori che sono circa il 3,9% della popolazione minorenne. Inoltre se a ciò aggiungiamo che il garante per l’infanzia ha dichiarato che i figli contesi sono 10 mila, potremmo arrivare a numeri impressionanti”. A occhio e croce, un bel business.

     

di Luisa Betti 
pubblicato il 10 aprile 2013 
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   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Femminicidio: indietro tutta
  • femminicidioUn altro che pensa che per affrontare un femmicidio sia necessario andare a pescare nella vita delle persone dando giudizi diretti su chi non si è mai conosciuto, trasformando un pezzo di cronaca nera, al massimo, in un romanzetto d’appendice . E’ successo di nuovo, proprio quando in tutta Italia, ma anche nel mondo, si parla ogni giorno di violenza sulle donne, su come contrastare il femmicidio e il femminicidio, e soprattutto è successo dopo un anno di tambur battente su come fare informazione corretta su certi argomenti. Un mantra ripetuto così tante volte che forse sarebbe il caso di chiedersi se vale la pena fare un passo ulteriore, di andare oltre. Una evoluzione che speravo fosse scontata quando è cominciata la campagna sul femmicidio e sulla corretta informazione – che è partita proprio da qui e dalla spinta che questo blog ha dato alle colleghe della rete nazionale delle giornaliste sparse in tutta Italia – e che invece vedo oggi sbiadire e appiattirsi su contenuti a volte superficiali o poco documentati, se non addirittura errati, trattati indistintamente anche da chi non sa né come si affronta il problema né come trattarlo, e che invece di preparasi e formarsi, improvvisa per far vedere che c’è. Ed è come un gigantesco salotto “alla vespa” in cui tutti parlano, compreso chi non sa cosa sta dicendo o magari lo sa male perché qualcuno “un po’ glielo ha spiegato”. Una involuzione che sta creando danni, abbassando il livello di dibattito, ma che sta anche riportando indietro quello che ci sembrava ormai acquisito: perché se l’ondata di indignazione non è supportata da una seria analisi sul femminicidio nell’ambito della discriminazione delle donne, si passa tristemente a trattare il “fatto in sé” come se le donne fossero solo vittime di femminicidio, privando il tema in questione della sua sostanza e ricalcando anche gli stereotipi che sono alla base della violenza. L’ampia produzione di libri, testi teatrali, convegni, inchieste, video, blog, sul femmincidio in questi ultimi mesi, non sempre ben documentati e a volte anche improvvisati con teorie anomali e fuorvianti, stanno lì a dimostrarlo. E’ triste dirlo, ma le cose migliori sono nate quando questa campagna è cominciata in maniera massiccia, all’inizio dell’anno scorso, un trend che  andato a salire fino a dicembre e che poi è cominciato a scendere con interventi e approcci sempre più superficiali e affrettati. Della serie: solo perché ormai tutti ne parlano, allora ne parlo anch’io.

    Far diventare il femmincidio un fenomeno da baraccone nell’immaginario collettivo, significa che non solo nulla cambierà ma che si tornerà indietro. Il caso ci viene offerto, si fa per dire, dal morte di madre e figlia ritrovate sgozzate in casa a Cisterna di Latina due giorni fa, una duplice uccisione  efferata dopo una violenta lite e su cui il marito della donna ha già confessato. Un evento trattato – per prendere un esempio su come è facile tornare indietro – dal Corriere della Sera con un pezzo che speravo di non dover più leggere e che invece mi ha riportato indietro nel tempo: e mi riferisco a un articolo in cui si descriveva uno stupro come un romanzetto e in cui la donna veniva descritta come una poveretta “madre di tre figli tutti da uomini doversi” e su cui molte di noi si indignarono. Questa volta invece nessuna ha fiatato, anche se nel pezzo appare un quadro inquietante in cui la donna sgozzata viene descritta come una poco raccomandabile, mentre l’assassino come un uomo tranquillo. “Quella che emerge nel giro di poche ore, infatti, è una storia che va al di là del delitto d’impeto – scrive il giornalista – Kumar Ray, il 37 indiano, conosce Francesca qualche anno prima: lei ha già un paio di relazioni fallimentari alle spalle, lui è un bracciante clandestino. Ad un certo punto il matrimonio dei due in India: Kumar può così vivere a pieno titolo in Italia. Ma la vita insieme diventa impossibile: si dividono anche se l’uomo mantiene la residenza nella casa di borgo Flora e va a fare il custode in una azienda di Nettuno. Francesca continua a chiedergli soldi: minaccia di denunciarlo e Kumar, di tanto in tanto, la accontenta. Sino allo scorso sabato mattina, quando l’ha massacrata insieme alla figlia, incolpevole testimone”. L’articolo fa un racconto della vita dei due come fossero personaggi di un film e spiega l’ipotesi che la donne uccisa “agevolasse l’ingresso di cittadini stranieri nel nostro paese per soldi”, quindi fosse implicata in questo traffico certo deplorevole, ma non ragione sufficiente per ucciderla. Per completare il quadro, animando il pezzo di nera, il giornalista fa emergere un giudizio completamente gratuito sulla donna uccisa dal marito, scrivendo che lei aveva “una relazione in cui i sentimenti, forse, non c’entravano nulla” e che in passato aveva avuto “un paio di relazioni fallimentari alle spalle”, mentre l’assassino viene descritto come una persona “tranquilla e senza precedenti penali, che ha quasi subito confessato i delitti facendo emergere una storia che, forse, molti nella piccola comunità di borgo Flora ignoravano, o conoscevano soltanto in parte”. Una serie di stereotipi e allusioni gratuite che non aggiungono nulla al fatto, ma per cui sembra che lei, la donna, questa morte se la cercasse mentre lui, alla fine, preso da un raptus dopo una lite furibonda (magari ce ne erano state altre?), abbia sgozzato la moglie e anche la figlia di lei, di 19 anni, che era nell’altra stanza. Certo, perché l’uomo avrebbe “perso la testa e, con un coltello da cucina, ha prima colpito la 56enne, e poi la figlia di lei, Martina Incocciati, 19 anni”. Una serie di luoghi comuni gravissimi tra cui l’insistere che l’assassino fosse un tipo tranquillo: un azzardo visto che ha avuto il coraggio di sgozzare madre e figlia lasciandole in un lago di sangue dopo una violenta lite che forse (e qui azzardo io) non era la prima; e che l’uomo avesse “perso la testa” grazie a un raptus involontario: un altro azzardo che non contempla che potesse anche essere andato lì con l’intenzione di uccidere visto che c’erano contrasti.

    Infine la descrizione dettagliata del delitto, come se il giornalista fosse stato presente, e senza la quale non avremmo mai capito che le due donne fossero morte: “E in questo clima che matura il terribile fatto di sangue, sabato mattina intorno alle 7. L’ennesima discussione, la richiesta da parte di lei di ulteriore denaro: Kumar e Francesca discutono in cucina, lui afferra il coltello mentre lei è di spalle, la fa cadere ed affonda la lama nella gola. Nella camera da letto vicina, Martina sente qualcosa e si sveglia: l’indiano è una furia, la raggiunge per eliminarla, è un testimone scomodo. La ragazza si difende come può, cade sul pavimento tra le urla. Lui affonda la lama nel collo, poi scappa e getta il coltello in un canale vicino alla casa”. Un modo di fare informazione come fosse un action movie che non solo distacca dalla realtà, ma che è falsata, inutile, e mette sullo stesso piano cose che non c’entrano con l’informazione (per non parlare  delle foto della ragazza di 19 anni uccisa con cui hanno tappezzato il web perché giovane e carina). Eppure nessuna, stavolta, ci ha fatto caso.

    Ovviamente il dibattito è sempre positivo, e che si parli di femminicidio e che le idee circolino è fantastico, ma tutto ciò non serve se poi le parole non hanno presa sul reale e non smuovono una virgola nel quotidiano. Perché se quello che noi vogliamo è cambiare, per cambiare le parole devono avere forza trainante, una forza che non c’è se le donne continuano a essere inascoltate in tribunale, a essere trasformate da vittime in abuser, a vedersi i figli sottratti se denunciano violenza domestica nel momento della separazione, a essere indicate colpevoli  della violenza che subiscono o della loro stessa morte perché “in fondo se l’è cercata”, se continuano a essere uccise, stuprate, vendute, sfigurate, giudicate in quanto donne, e quindi discriminate. A che serve parlare di femminicidio se non per dare una bella spallata a tutto questo?

di Luisa Betti 
pubblicato il 9 aprile 2013 
IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Femmicidio di gruppo in India, stupro in Usa e donne di chiesa: unisci i punti e scopri la figura
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    Ieri in India nel villaggio Behratoli, nello Stato centrale di Chhattisgarh, un uomo di 35 anni ha preso un’ascia e ha ucciso 5 bambine, dai 2 ai 5 anni, e 4 donne tra cui una 25enne e poi tre sesssantenni. L’uomo, dopo essere stato catturato, ha dichiarato al capo della polizia locale, Govardhan Singh Darroh, di essere stato lasciato dalla moglie e che prima ha ucciso la venticinquenne e la sua bambina, e poi le vicine di casa, perché non accettava l’abbandono. Sempre in India lo scorso mese una turista svizzera è stata stuprata da 7 uomini nello Stato di Madhya Pradesh, mentre due giorni fa quattro sorelle sono rimaste ustionate in modo grave con l’acido lanciato da due uomini a bordo di una moto.

    Questo in India: ieri, l’altro ieri, da molto tempo, in un Paese considerato come uno dei più pericolosi del mondo per le donne (Thomson Reuters), e in cui un mese fa – dopo lo stupro di gruppo sul bus della studentessa poi morta in ospedale – il primo ministro ha varato l’ergastolo per gli autori di femminicidio, ignorando quasi del tutto il responso della Commissione Varma che aveva individuato tra tutti il riconoscimento della violenza domestica e la violenza delle forze armate e della polizia.

    Ieri però anche negli Stati Uniti, un Paese di ben altro spessore in materia di diritti delle donne (almeno in teoria), è scoppiato il caso di due giocatori di football di 18 anni accusati di stupro nei confronti di due ragazzine di 13 anni, difesi su twitter dai compagni di scuola che hanno infierito sulle ragazze stuprate le quali si sono ritrovate a loro volta vittime di pubblici insulti e violenza verbale in quanto “poco di buono”. “Le giovani si comportano come put*ane e per questo non c’è nessuna pena”, è stato scritto: affermazioni che non stento a immaginare come possibili “difese” in tribunale. Questo succede nella tranquilla città di Torrington nel nord-ovest del Connecticut, che è stata ovviamente paragonata a Steubenville, in Ohio, dove in questi giorni sono stati condannati i due giocatori accusati di stupro nei confronti di una minorenne (famoso il video su youtube in cui raccontavano la violenza deridendo la ragazza) e dove diversi media americani hanno presentato gli abuser come poveri giovani dalla carriera stroncata, facendo addirittura il nome della vittima. Ma quello di Torrington, come quello di Steubenville, ci ricorda anche qualcosa di molto vicino, qui, a due passi da Roma: lo stupro di gruppo di Montalto di Castro ai danni di una ragazza di 15 anni, dove non solo i compagni di scuola ma tutta la comunità, hanno preso le difese degli abuser indicando la ragazza come responsabile degli 8 rapporti consecutivi con 8 sconosciuti, nella pineta, la notte della violenza. Un processo che ancora oggi, dopo 6 anni, non vede la fine in quanto il tribunale ha dato una seconda messa alla prova per i ragazzi, dopo la quale il reato potrebbe anche estinguersi.

    Ma non è finita qui, perché il nocciolo è altrove ed è, come già si può intuire, un nocciolo culturale duro come un granito che ruota pericolosamente sulle teste delle donne in tutto il mondo. Ed è inutile lamentarsi se non si cominciano a individuare e a combattere le mani che ancora lucidano e fanno volteggiare questa pericolosa arma che nega la violenza e timbra le donne come esseri inferiori, passivi, oggetti, giocattoli, niente.

    Martedì Francesco I (meglio paragonabile un imperatore malgrado il tentativo di immedesimarsi nei panni del nostro monaco d’Assisi), ha “reso omaggio” alle donne, come hanno scritto alcuni, dicendo che siamo più inclini a credere (a cosa?) e mettendoci al nostro posto che è quello non di essere protagoniste ma, appunto, testimoni e strumenti di fede.

    “E’ bello che le donne siano le prime testimoni della Resurrezione”, ha detto il papa, “è un po’ la missione delle donne dare testimonianza ai loro figli e ai nipotini che Gesù è risorto”, ha continuato, incitandoci anche con il motto: “Mamme e donne, avanti con questa testimonianza, le donne nella Chiesa e nel cammino di fede abbiano un ruolo particolare: aprire le porte al Signore”. Insomma niente di nuovo ma solo un ribadire che il nostro posto è quello che da sempre la chiesa e la religione ci appioppa: cioè testimoni passive della potenza maschile di dio e strumento (ancora passivo) della grandezza divina (sempre dio padre). Ma prima di essere accusata di blasfemia, vorrei fare alcune osservazioni: la prima è l’uso strumentale di questa uscita pubblica papale sulle donne che non ha nulla di nuovo per noi (anzi) e che invece ha completamente oscurato quello che si era riportato su Bargoglio subito dopo la sua nomina, ovvero la triste frase nei confronti della presidente argentina Kirchner: “Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è politico per eccellenza, le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, niente di più”. Affermazioni che sono state smentite da alcuni ma che in definitiva non sono affatto in contrasto con “l’omaggio” dell’altro giorno. L’altra osservazione, che va ben oltre le parole, è la politica che il Vaticano sta portando avanti a livello mondiale sulle donne, con un attacco frontale e gravissimo, e di cui i giornali italiani non parlano affatto, per cui la Chiesa cattolica, di cui il santo padre è vicario di Cristo e pastore in terra, non ha nessuno scrupolo ad allearsi con altre religioni per fare fronte unico nella guerra alle donne.

    Come già detto altrove, quest’anno alla 57a CSW (Commission on the Status of Women) dell’Onu che si è conclusa a New York a metà marzo, il Vaticano, alleandosi con islamici e ortodossi, ha cercato di bloccare l’importante Carta dell’Onu sulla violenza contro le donne e le ragazze. Un documento alla fine faticosamente uscito dall’assemblea, malgrado l’opposizione e malgrado i dati dell’Onu che indicano ancora 7 donne su 10 come vittime di violenza e 603 milioni di donne che vivono in nazioni che non la considerano un reato. Tra i punti considerati inammissibili da alcuni paesi c’era la “piena uguaglianza nel matrimonio” che consente di denunciare il coniuge violento, la garanzia di libertà sessuale per le ragazze con accesso ai contraccettivi, e il diritto all’aborto e alla salute riproduttiva delle donne, cosa che il Vaticano (con un seggio all’Onu come Stato non membro e osservatore permanente), insieme a Russia e Iran, voleva convincere a far cassare come già successo nell’incontro di Rio+20 l’anno scorso. Non solo, perché l’anno scorso, sempre alla Csw dell’Onu dove il tema era l’empowerment delle donne rurali, alcuni paesi -  tra cui il Vaticano – si sono opposti sulla salute riproduttiva delle donne e la contraccezione d’emergenza per le donne violentate, e l’assemblea non ha potuto varare un accordo perché gli altri paesi hanno preferito non approvare un documento che avrebbe infine leso i diritti delle donne stesse.

    Per Polonia, Malta, Ungheria, Russia, Iran e Vaticano, i diritti riproduttivi, i diritti delle donne lesbiche e bisessuali, e l’uso della parola “genere” sono come incontrare satana in persona. Infine, e sempre in quella sede, il Vaticano ha negato che gli accordi precedenti in materia di diritti delle donne fossero stati universalmente accettati, sostenendo che non si applicano a tutti gli Stati e che quindi dovrebbe essere aperta una rinegoziazione su questi temi all’interno della Piattaforma di Pechino (altro che omaggio, qui siamo peggio che in Arabia Saudita).

    Quindi se l’obiettivo principale è distruggere il diritto alla salute riproduttiva, l’altro è l’integrità della famiglia dove la violenza domestica e il femmicidio entrano in gioco in maniera diretta, e da cui tutte le religioni devono stare ben lontane se si vuole trovare una soluzione a favore delle donne. Per mettere un punto a fatti come quelli in India, come in Ohio, a Montalto, e in tutto il nostro Pianeta, è necessario un cambio profondo della cultura e noi abbiamo bisogno di alleati, e non di bastoni tra le ruote: e se la radice è sempre la discriminazione delle donne questa cultura dei diritti deve essere prima di tutto laica.

di Luisa Betti 
pubblicato il 5 aprile 2013 
IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Essere “Libere” in Francia
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    “Lo spettacolo è stato rappresentato per la prima volta qui in Francia, a Parigi, il 7 marzo dell’anno scorso, al Theatre 13 Seine con un partenariato tra l’Asfad e la Mairie del XIII municipio. E ora, dopo più di un anno e altre messe in scena sempre qui a Parigi, abbiamo provato a portarlo anche a Nantes, al teatro Salle Vasse, che il 22 marzo scorso ci ha sorpreso con una sala piena e un pubblico fantastico, e con la presenza di diversi movimenti femministi”.  A raccontare di questo ponte tra due culture in un proficuo scambio di sapere tra donne, è Tiziana Jacoponi, italiana di nascita e ormai parigina di adozione, che con la sua associazione franco-italianaLes 400 Louves, sta portando in giro per la Francia lo spettacolo “Libere” di Cristina Comencini, messo in scena per la prima volta in Italia nel 2010, con la regia di Francesca Comencini, interpretato da Lunetta Savino e Isabella Aragonese.

    “L’idea nasce da me – dice Jacoponi – o meglio da una mia tesi di dottorato da cui è nata l’intenzione di tradurre Libere in francese per farlo recitare qui dove vivo ormai da 15 anni. A Cristina Comencini avevo chiesto se potevo tradurlo e rappresentarlo, e quando lei mi ha detto sì, sono partita in quarta, e nell’estate del 2011 ho dato il via a questa avventura”.

    Ma come fa una italiana che per la prima volta debutta a una regia per giunta teatrale, e quindi una perfetta sconosciuta nell’ambiente, a fare tutto ciò e a riuscirci? La risposta è semplice: la Francia non è l’Italia, e quando Tiziana si rivolge all’associazione femminista di cui fa parte, l’Asfad  (Assocition femmes algeriennes democrates), loro decidono che l’idea è buona e si mettono al suo fianco, arrivando a ottenere un teatro per far rappresentare lo spettacolo la sera del 7 marzo 2012 a Parigi.

    “Insieme alla regista, Patrizai Horvath, abbiamo creato una compagnia di 2 attrici francesi, e con Fabiana Spoletini, che invece è italiana, abbiamo fatto le silhouettes in scena per movimentare le parole del testo, impostando una regia diversa da quella italiana. Questo però è un lavoro sempre in fieri e quindi ogni volta inventiamo qualcosa anche in base alle reazioni del pubblico, e ciò che è andato in scena a Nantes, che è stato anche il mio vero trampolino di lancio nella regia, è già diverso dallo spettacolo di Parigi perché recitano due attrici italiane che vivono qui e studiano teatro” (Jacqueline Spaccini e Fabiana Spoletini, mentre le silhouettes sono state eseguite da Christine Robin e a Rebeca Salmoni, ndr).

    La cosa interessante è che a Nantes sono arrivate anche la ministra dei diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, e Yvette Ruby, la prima ministra di quel dicastero ai tempi di Mitterand, che hanno visitato l’Espace Simone de Beauvoir coinvolto nella messa in scena.

    “La ministra – dice Jacoponi – è venuta in visita lampo in treno insieme a Yvette Ruby e ha parlato della terza via del femminismo, e cioè quella in cui non ci sarà più bisogno di reclamare perché la parità sarà stata raggiunta e superata. La ministra francese ha anche detto che per ottenere questo status si deve lavorare sull’abbattimento degli stereotipi di genere cominciando dalla scuola, e per questo è stata messa in atto una sinergia con il ministero della pubblica Istruzione che prevede un programma per l’abolizione di questi stereotipi e una formazione per gli educatori”.

    Lo spettacolo a Nantes nasce da un parternariato tra il Centro culturale italiano e l’Espace Simone de Beauvoir che ha deciso di inserire questa piéce nell’ambito dei festeggiamenti per i 20 anni di questo spazio unico in Francia, e la cosa interessante è che oltre a poter essere gratuito, è sempre seguito da un vivace dibattito in cui sia donne che uomini partecipano: una cosa che forse in Italia ancora non riusciamo a vedere, malgrado lo sforzo delle donne nel riprendere in mano gli argomenti di genere, sia nella politica che nella società.

    “Adesso sto lavorando per un partenariato con due città del sud della Francia e c’è in prospettiva una possibilità con il consolato italiano. Il nostro obiettivo rimane quello di promuovere la circolazione di testi e spettacoli in francese provenienti da altre culture, e Libere è solo l’inizio”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 3 aprile 2013