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L’Italia non contrasta la violenza sulle donne

Annarikka (illustrazione di Stefania Spanò)Anna­rikka (illu­stra­zione di Ste­fa­nia Spanò)

La cam­pa­gna di sen­si­bi­liz­za­zione e l’attivismo per con­tra­stare la vio­lenza con­tro le donne che negli ultimi tra anni ha lavo­rato su que­sto ter­reno in maniera instan­ca­bile, ha fal­lito. Ma come? E per­ché si è arri­vati a tanto? Il pro­gres­sivo declino dell’attenzione sulla que­stione vio­lenza da parte delle isti­tu­zioni ita­liane di fronte alle con­ti­nue sol­le­ci­ta­zioni da parte della società civile, che ha avuto un picco nel 2012 per poi sce­mare non verso l’archiviazione ma una vera e pro­pria distor­sione, creerà seri danni a tutto il Paese. La dimo­stra­zione di que­sta volontà di non affron­tare in maniera ade­guata il pro­blema, è stata prima di tutto l’aver costretto alle dimis­sioni la mini­stra delle pari oppor­tu­nità, Josefa Idem, che è stata l’unica ad aver ini­ziato un serio per­corso di costru­zione di dia­logo che met­tesse in col­le­ga­mento chi della mate­ria si occupa da tempo con pro­fes­sio­na­lità, e le isti­tu­zioni. Un pro­getto che avrebbe coin­volto tutta la società civile “esperta” (tutta) ma che pro­ba­bil­mente avrebbe dato fasti­dio a chi ancora è al governo, un fasti­dio che ne ha decre­tato la fine. A que­sto, si è aggiunta la scelta dell’allora pre­si­dente del con­si­glio, Enrico Letta, di non nomi­nare una nuova mini­stra delle pari oppor­tu­nità ma di dare tutto in mano alla vice­mi­ni­stra del lavoro, Ceci­lia Guerra, che mal­grado la buona volontà ha deciso di coin­vol­gere nei 7 tavoli creati per por­tare avanti il pro­getto lasciato in sospeso, solo alcune delle asso­cia­zioni coin­volte dalla Idem con una forma di inter­lo­cu­zione che ha avuto come con­se­guenza sia il mal­con­tento di alcune orga­niz­za­zioni che par­te­ci­pa­vano a que­sti tavoli ma soprat­tutto hanno pro­vo­cato una spac­ca­tura all’interno della società civile che si era mossa fino a quel momento in maniera com­patta, mal­grado le dif­fe­renze, pro­du­cendo un lavoro pra­tico e cul­tu­rale di alto livello, apprez­zato anche all’estero. Una scelta che ha pro­dotto uno sfi­lac­cia­mento interno e ridotto dra­sti­ca­mente l’impatto di que­sta bat­ta­glia di civiltà nei con­fronti delle isti­tu­zioni, come oggi dimo­strano i fatti.

A quel punto il nuovo pre­si­dente del con­si­glio, Mat­teo Renzi, ha potuto tran­quil­la­mente fare quello che ha fatto: nomi­nare 8 mini­stre su 16 senza una mini­stra delle pari oppor­tu­nità che por­tasse avanti quel lavoro spe­ci­fico – un lavoro che avrebbe miglio­rato il nostro Paese così arre­trato sulle que­stioni di genere al di là dell’apparenza – e infine sce­gliere di non dare nes­suna delega di quel mini­stero fer­mando que­sto per­corso, immo­bi­liz­zan­dolo. La con­se­guenza di tutto ciò è stato: un calo di atten­zione gene­rale nell’attesa, la pos­si­bi­lità di far pas­sare in caval­le­ria le diret­tive Onu — sia Cedaw che della Spe­cial Rap­por­teur Rashida Man­joo — e soprat­tutto met­tere nel cas­setto la Con­ve­zione di Istan­bul rati­fi­cata dal par­la­mento nel mag­gio dell’anno scorso, e che diven­terà effet­tiva ad ago­sto con la rati­fica di dieci Paesi. Oltre a que­sto, per­sone sin­gole, orga­niz­za­zioni, asso­cia­zioni varie che non si sono mai occu­pate di fem­mi­ni­ci­dio, se da una parte sono state sen­si­bi­liz­zate, dall’altra hanno visto un pos­si­bile busi­ness e improv­vi­sando, hanno messo in piedi pro­getti e pro­po­ste che non ten­gono conto dell’esperienza di quelle asso­cia­zioni e delle reti che con un lavoro sul campo di 20 anni lon­tano dai riflet­tori, hanno costruito alcune linee guida del con­tra­sto alla vio­lenza con­tro le donne in Ita­lia, con­tri­buendo al pro­gresso del Paese mal­grado finan­zia­menti sem­pre incerti e sul filo del rasoio.

La deci­sione quindi di far arri­vare senza pre­cise indi­ca­zioni e cri­teri chiari di asse­gna­zione che rispet­tino il lavoro svolto finora, quei 17 milioni di euro stan­ziati per due anni nel pac­chetto sicu­rezza varato nel 2013 — e in cui com­pa­iono anche norme sul con­tra­sto alla vio­lenza sulle donne – nelle casse delle Regioni, sem­bra chia­rire la vera inten­zione di que­sto governo: il disin­te­resse totale nel con­tra­stare il fem­mi­ni­ci­dio in Ita­lia. Ma soprat­tutto dimo­stra a chi sedeva a quei tavoli con­vo­cati dalla vice­mi­ni­stra Guerra e pen­sava di aver risolto tutti pro­blemi, che le bat­ta­glie si vin­cono insieme e che basta un attimo per essere spaz­zate via.

Pochi giorni fa, prima in un arti­colo apparso sul Sole 24 ORE (27 giu­gno 2014) e poi in un comu­ni­cato di DiRe (la rete che rag­gruppa nume­rosi cen­tri anti­vio­lenza in Ita­lia), si fa pre­sente che i soldi stan­ziati per con­tra­stare la vio­lenza con­tro le donne non solo saranno desti­nati alle Regioni senza diret­tive nazio­nali chiare ma che que­ste prov­ve­de­ranno a finan­ziare pro­getti su base di bandi e in base a una map­pa­tura del ter­ri­to­rio dai “cri­teri illeg­gi­bili”, e che di que­sti 17 milioni ai Cen­tri Anti­vio­lenza e Case Rifu­gio, toc­che­ranno 2.260.000 euro, circa 6.000 euro per cia­scun cen­tro in due anni, una cifra che por­terà molte strut­ture che da tempo lavo­rano con espe­rienza col­lau­data, a chiu­dere e obbli­gherà molte ita­liane a rima­nere a casa e a subire vio­lenza fisica, ses­suale, psi­co­lo­gica, eco­no­mica (dato che l’80% in Ita­lia è vio­lenza dome­stica), o a rivol­gersi a strut­ture che spe­ri­men­te­ranno su di loro come si opera quando una donna si rivolge a un cen­tro. DiRe pre­cisa che “tutti i cen­tri, pub­blici e pri­vati, saranno finan­ziati allo stesso modo, senza tenere conto del fatto che diver­sa­mente dai pri­vati i cen­tri pub­blici hanno sedi, utenze e per­so­nale già pagati”, e che que­sta scelta del governo con­trav­viene in modo netto alla “Con­ven­zione per la pre­ven­zione e la lotta con­tro la vio­lenza sulle donne e la vio­lenza dome­stica” (Istan­bul 2011), che l’Italia ha rati­fi­cato e che pre­vede: “ade­guate risorse finan­zia­rie e umane per la cor­retta appli­ca­zione delle poli­ti­che inte­grate, misure e pro­grammi per pre­ve­nire e com­bat­tere tutte le forme di vio­lenza che rien­trano nel campo di appli­ca­zione della pre­sente Con­ven­zione, incluse quelle svolte da orga­niz­za­zioni non gover­na­tive e dalla società civile (Arti­colo 8)”.

Si sot­to­li­nea cioè il fatto che men­tre la Con­ven­zione di Istan­bul pri­vi­le­gia il lavoro dei cen­tri e strut­ture indi­pen­denti creati e gestiti dalle donne stesse e con un’esperienza solida alle spalle — che sono una garan­zia per le donne che chie­dono aiuto – il governo sce­glie di desti­nare la mag­gior parte dei finan­zia­menti alle reti di carat­tere isti­tu­zio­nale, met­tendo le basi per un con­trollo capil­lare di quello che suc­cede nelle case ita­liane e per poter pilo­tare al meglio non l’uscita dalle donne dalla vio­lenza e la loro indi­pen­denza ma il rista­bi­li­mento dello sta­tus quo(siamo sem­pre un Paese con un forte impianto cat­to­lico), tra­la­sciando le cause e quindi impe­dendo un vero e pro­prio per­corso di supe­ra­mento della discri­mi­na­zione di genere: un’idea che tra­pe­lava già da parte di alcune forze poli­ti­che all’interno del dibat­tito par­la­men­tare, non­ché dallo stesso pac­chetto sicu­rezza appro­vato dalla mag­gio­ranza del par­la­mento, e for­te­mente voluto dal mini­stero degli interni dove come con­si­gliera delle pari oppor­tu­nità c’è Isa­bella Rauti.

I cen­tri che già ci sono in Ita­lia e che sono nati venti anni fa dalla volontà delle donne e della società civile per sup­plire al grave defi­cit isti­tu­zio­nale in mate­ria di con­tra­sto alla vio­lenza con­tro le donne, hanno saputo nell’arco di tutto que­sto tempo, aggior­narsi a livello inter­na­zio­nale e por­tare avanti un dibat­tito pro­fondo sulla discri­mi­na­zione di genere che è indi­spen­sa­bile per affron­tare il pro­blema. E il peri­colo è che sia le strut­ture isti­tu­zio­nali, che anche gli amici degli amici che appro­fit­tano del bando per met­tere su uno affare, non solo non saranno in grado di rispon­dere alle domande delle donne vit­time di vio­lenza garan­tendo ano­ni­mato, ascolto com­pe­tente e soprat­tutto il rispetto della volontà delle donne, ma che fac­ciano tor­nare indie­tro un intero Paese che già non brilla in materia.

Per non dover tor­nare a un non augu­ra­bile Medioevo, l’unica via è quindi quella del con­fronto e del ricom­pat­ta­mento all’interno della stessa società civile e dell’attivismo, e di tutte quelle asso­cia­zioni e orga­niz­za­zioni che si erano ritro­vate insieme nella con­fe­renza indetta dall’allora mini­stra Idem, dove figu­ra­vano più di cento asso­cia­zioni spe­ci­fi­ca­mente ope­ranti sulla vio­lenza con­tro le donne, e che oggi dovranno ripren­dere la parola in modo auto­re­vole e deter­mi­nante tutte insieme.

da bet​ti​rossa​.com

Come non contrastare la violenza sulle donne

Illustrazione Annarikka 2014 di Stefania Spanò

annarikka

La campagna di sensibilizzazione e l’attivismo per contrastare la violenza contro le donne che negli ultimi tra anni ha lavorato su questo terreno in maniera instancabile, ha fallito.

Ma come? E perché si è arrivati a tanto?

Il progressivo declino dell’attenzione sulla questione violenza da parte delle istituzioni italiane di fronte alle continue sollecitazioni da parte della società civile, che…

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Yo decido, particolare (Stefania Spanò - anarkikka  per Freedom of Choice)

Il “Treno della libertà” che sabato parte dalle Asturie e arriva alla stazione di Atocha a Madrid alle 12 del primo febbraio, si unirà con altri gruppi arrivati da ogni parte della Spagna per portare entro le 14 al parlamento spagnolo il documento “Porque Yo decido”, firmato da 334 associazioni contro la proposta antiabortista del governo di Mariano Rajoy. La rete delle donne europee, Womenareurope, si è organizzata contro il disegno di legge spagnolo del ministro della giustizia Alberto Ruiz Gallardón - che prevede l’aborto solo in caso di stupro o grave pericolo per la donna certificato da due medici – e sta dando vita a una risposta globale. Oltre alle manifestazioni del primo febbraio, la rete guarda all’8 marzo per una mobilitazione a favore dei diritti delle donne. Ma è il 29 marzo che le spagnole chiameranno a raccolta tutte le associazioni d’Europa per dare vita alla Conferenza sulla libertà delle donne: un incontro che, pur lanciato dal Partito socialista europeo (Pse), è diventato aperto a tutte quelle che singolarmente o a gruppi arriveranno il 29 marzo a Madrid. Gruppi che avranno modo di incontrarsi e confrontarsi anche prima, durante l’evento “One Billion Rising”, che il 14 febbraio farà scendere nelle piazze le donne di tutto il mondo con la parola chiave: giustizia.

Nel giro di un mese, la protesta contro la legge Gallardón, cominciata su twitter con l’hashtag #MiBomboEsMio (il mio pancione è mio), è diventata virale con una continua adesione al documento “Porque Yo decido”, reperibile online e ormai tradotto in sette lingue. E anche se l’epicentro della protesta è Madrid, il primo febbraio le donne scenderanno a manifestare sotto le ambasciate e i consolati spagnoli in diverse città del mondo: Roma, Milano, Napoli, Firenze (v. elenco sotto) ma anche a Londra, Parigi, Dublino, Lisbona, Buenos Aires, Quito e Santo Domingo; chi non potrà esserci può comunque inondare di email le ambasciate spagnole (per l’Italia emb.roma@maec.es oppure cog.roma@mae.es).

Il progetto di legge, che vorrebbe sostituire la precedente “Legge per la salute sessuale e riproduttiva e per l’interruzione volontaria della gravidanza” approvata da Zapatero nel 2010, si chiama “Protezione dei diritti del concepito e della donna in gravidanza”: un progetto contro cui si è schierato tutto l’arco parlamentare di opposizione spagnolo - dal Psoe a Izquierda Unida, al partito nazionalista basco – e che ha spaccato anche il partito popolare di Rajoy (al punto che la sua conversione in legge è stata rinviata a dopo le elezioni europee). Una riforma, quella spagnola, che avrebbe come scopo “aumentare la natalità” e “favorire la maternità”, senza passare dal consenso della donna.

In Italia le donne e le associazioni che si sono schierate con le spagnole sono in continuo aumento e vanno dai centri antiviolenza alla Casa internazionale delle donne di Roma, passando per l’Udi, le giornaliste di Giulia, Snoq Factory, Cgil Roma e Lazio, Punto D, Assolei, Differenza Donna, Zeroviolenzadonne, Laiga e moltissime altre sigle e gruppi (tutte le adesioni sono sul sito Womenareurope). Per portare fisicamente il testimone di questa adesione, il primo febbraio partirà anche una delegazione da Firenze, dove è nata la rete di solidarietà italiana.

Ma l’indignazione delle donne europee in materia di tutela della salute riproduttiva parte da prima del caso spagnolo, ovvero dalla bocciatura nell’Europarlamento della cosiddetta “risoluzione Estrela” in cui si chiedeva, oltre a un impegno dell’Europa sulla tutela della salute riproduttiva, anche di regolamentare l’obiezione di coscienza in quanto “i casi di Slovacchia, Ungheria, Romania, Polonia, Irlanda e Italia” dimostrano come ormai “il 70 per cento dei ginecologi e il 40 per cento degli anestesisti coscientemente evitano di fornire servizi sull’aborto” in una parte importante dell’Europa. La risoluzione, presentata dell’eurodeputata socialista portoghese Edite Estrela, è stata contestata dai conservatori e dalle destre, ma affossata poi dalla decisiva assenza di un gruppo di europarlamentari italiani del Pd. Nel rapporto si sottolinea il fattto che “più di un quarto degli Stati membri non dispone di dati sulle percentuali di interruzioni di gravidanza seguite da un professionista medico specializzato”, in altre parole sugli aborti clandestini.

Secondo l’Oms (Organizzazione mondiale sanità), l’aborto non sicuro rimane una delle quattro principali cause di morte e lesioni in tutto il mondo connesse alla gravidanza, insieme a emorragia, infezioni e ipertensione; e nonostante i grandi miglioramenti recenti nel tasso globale di mortalità materna, la percentuale di decessi attribuibili all’aborto non sicuro è stabile al 13% ovvero a 47.000 morti ogni anno: decessi che si verificano per la maggioranza in paesi con leggi molto restrittive. A questo vanno aggiunte gli 8 milioni di donne che soffrono di lesioni gravi, e talvolta permanenti, a seguito di complicazioni da aborto candestino, e circa 3 milioni di adolescenti che rischiano la vita con aborti illegali.

Un paio di anni fa la rivista scientifica Lancet, pubblicava il rapporto del Guttmacher Institute (NY, Usa), dove Gilda Sedgh, tra le autrici dello studio, sottolineava che “la quota crescente di aborti è nei paesi in via di sviluppo” ovvero “dove queste procedure si svolgono spesso in modo clandestino e pericoloso”. Lo studio riferiva che dal 2003 in poi, gli aborti annuali erano calati di 600.000 nei paesi sviluppati, ma erano aumentati di 2,8 milioni nei paesi emergenti; e che se nel 2008 si erano registrati 6 milioni di aborti nei paesi ricchi, nei paesi emergenti ce n’erano stati 38 milioni. Secondo lo studio l’Europa occidentale, il Nord America e il Sud Africa (dove il 90% delle donne è tutelato dalla South Africa’s liberal abortion law del ‘97), hanno il più basso tasso di aborti nel mondo, mentre l’America Latina e l’Africa, soprattutto dove la legislazione sull’aborto è restrittiva, il tasso di abortività è molto più alto. 

Una variante importante, sottolinea la ricerca, è l’accesso alla contraccezione. Un esempio: se l’aborto è ampiamente legale sia in Europa occidentale che in quella orientale, la percentuale di aborti più alta nell’est (il 43 per 1.000 contro il 12 per 1000 nell’Europa occidentale) è causata dal minore uso dei contraccettivi. E’ da situazioni come queste che si deduce come il fattore culturale e di educazione alla sessualità rimanga primario ovunque, e che la semplice legalizzazione dell’aborto non basta. Un altro esempio è l’India dove, sebbene l’aborto sia legale dal 1971, esiste un’alta percentuale di donne che ricorrono all’aborto clandestino e non sicuro “perché rimangono all’oscuro della legge - spiega il rapporto - e non riescono a superare gli ostacoli culturali, finanziari e geografici per avere acesso a servizi in condizioni sanitarie sicure e con medici professionisti”.

Altri esempi anomali sono l’Irlanda (dove solo di recente è stata introdotta una legge che permette l’aborto in caso di pericolo della madre - compresa la minaccia di suicidio e il disagio psichico) e Malta (dove ancora è illegale abortire). Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, le morti legate alla gravidanza sono rare sia in Irlanda che a Malta perché le donne sono state sempre in grado di spostarsi facilmente nei paesi vicini dove l’aborto è legale (da non dimenticare il caso di Savita Halappanavar, la donna di origine indiana morta di setticemia in un ospedale irlandese nel 2012 perché i medici si erano rifiutati di eseguire l’aborto).

In conclusione, e sempre secondo lo studio del Guttmacher Institute, “il numero di aborti può essere ridotto evitando gravidanze indesiderate attraverso un maggiore accesso ai servizi di pianificazione familiare di qualità”, anche se per gli aborti possibili “i servizi non sicuri devono essere sostituiti da servizi sicuri, per il bene della salute e della vita delle donne”, ed è per questo che “i governi hanno l’obbligo di rimuovere le barriere giuridiche penali o di altro genere ai servizi, in modo che questo aspetto fondamentale del diritto umano globale alla salute possa essere pienamente realizzato, come ormai riconosciuto anche da il rapporto 2011 del Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani”.

Le mobilitazioni per il 1 febbraio

In Spagna

L’appuntamento del 1 febbraio per “El Tren de la libertad” che arriva dalle Asturie e per i gruppi che provengono da tutta la Spagna e da altri paesi, è sulla spianata alla fine di Calle Claudio Moyano all’incrocio del Paseo del Prado (vicino alla stazione di Atocha ) alle12:00, da lì ci si dirige alla Camera dei Rappresentanti per consegnare il documento “Perché io scelgo” al primo ministro, al presidente del Congresso, alla ministra Ana Mato, al ministro Gallardón e a vari gruppi parlamentari. 

In Italia

BOLOGNA - piazza del Nettuno, ore 15.00.

CAGLIARI p.za Costituzione (sotto il bastione), ore 16.00.

CATANIA - sotto la Prefettura,  ore 11.00.

COSENZA - assemblea pubblica per parlare della legge spagnola 

FIRENZE - via de’ Servi 13, alle 15.30, sotto il Consolato spagnolo.

MESSINA - piazza Cairoli, ore 11.00

MILANO - via Fatebenefratelli 26, dalle ore 14.00, sotto il Consolato spagnolo.

NAPOLI - consolato spagnolo, in via dei Mille 40, ore 16.00

PISTOIA - arriveranno a Firenze con il “vagon de la libertad”.

RAVENNA - piazza Andrea Costa dalle 16 alle 18.

REGGIO CALABRIA - corso Garibaldi, teatro “Cilea” dalle ore 16:30

ROMA - Piazza Mignanelli (piazza di Spagna), ore 15.00, sotto l’Ambasciata spagnola.

SIENA - sit in Piazza Salimbeni dalle 16.00 alle 19.00

TORINO - piazza Castello, ore 15.00

VERCELLI - Via Cavour, ore 16.00 - 17.00

In altri paesi

FRANCIA - in tutte le città dalle 14.00 in poi.
PARIGI -  Place Joffre (École Militaire) à lAmbassade d’Espagne, ore 14:00.

LONDRA - in treno da Charing Cross a Waterloo Est, ore 13:00 ad Hungford Bridge.

DUBLINO - ore 14.00 Ambasciata spagnola.

LISBONA - ore 14.00 Ambasciata spagnola.

BUENOS AIRES – Giovedì 30 gennaio ore 12.00 sotto l’Ambasciata di Spagna.

REPUBBLICA DOMINICANA - Mujeres dominicanas se montan en tren de la libertad.

ECUADOR - consolato di Spagna a Quito, e in solidarietà con le spagnole ci saranno le 200.000 ecuadoriane residenti in Spagna.

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