IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Sulla pelle dei bambini: il caso di Leo
  • Lura Calder

    Maurizio Rigamonti

    Di solito, quando vado dal parrucchiere, mi porto la mia rivista preferita nella borsa perché mi scoccia leggere di gossip e di moda. Stavolta però non ho resistito e dopo aver messo via il mio giornale, ho preso in mano la prima che mi è capitata: “Oggi”. Mentre sfoglio in cerca di pettegolezzi all’italiana, vedo una foto che ritrae il viso preoccupato di una donna che ha come didascalia:” una madre disperata”. Ovviamente – e tutto questo blog testimonia il perché – leggo l’articolo e rimango di sasso: primo perché per la prima volta  mi rendo conto che queste riviste possono essere una fonte interessante, e poi perché la storia rientra in una di quelle che riescono a togliermi via anche il sonno. Lura Calder, la donna della foto, è un’americana di 42 anni che durante un viaggio in Italia si è innamorata di un italiano, Maurizio Rigamonti, che ha sposato a Las Vegas e con cui ha fatto un figlio, Leo, che ora ha sei anni. La donna racconta una storia di violenza domestica che l’ha costretta a rivolgersi, in Italia, a un centro antiviolenza e poi a nascondersi e fuggire insieme al figlio. Il dramma però è che Lura è americana – mentre il figlio ha la doppia cittadinanza – e quindi, volendo tornare dai suoi genitori, è tornata in California, a Los Angeles, ottenendo lì un provvedimento di protezione, per lei e il minore, a causa dei trascorsi. Oggi però, anzi esattamente domani sabato 2 giugno, Lura dovrà riportare indietro il figlio in Italia. Il giudice italiano, presidente del Tribunale di Parma, ha ordinato nel 2010 un ordine di protezione per la donna e per il figlio, e l’affido esclusivo alla madre senza l’obbligo di riportare in Italia il bambino – accogliendo anche la richiesta della Corte di Los Angeles a cui la donna si era rivolta – mentre adesso, ancor prima del rientro di Lura e del figlio minore dagli Stati Uniti, ha disposto l’affido condiviso a entrambi i genitori con domiciliazione presso il padre, Maurizio Rigamonti, da cui Lura fuggiva due anni fa. Incuriosita da un ribaltamento così repentino e sapendo che anche la sottrazione internazionale di minore, che fa riferimento alla Convenzione dell’Aja ed esige il rimpatrio anche forzato sotto i 16 anni, ha tra le sue clausole quella dell’articolo 13b – per cui si ha l’eccezione per i bambini che sono stati tolti da abusi e da violenza in famiglia – torno a casa per vederci chiaro e per fare ricerche, e cosa scopro? Che il caso del piccolo Leo Rigamonti è complicato e che in pochi anni, chi più chi meno, si sta facendo a gara per rovinargli l’esistenza. Scopro cioè che ci sono due versioni completamente diverse di questa storia, una del padre e una della madre, e che i procedimenti che si sono svolti, o che sono in svolgimento, sono diversi, e che si è mobilitata anche Hollywood in difesa delle richieste di Lura. Scopro che dopo la fuga della mamma con il bambino, che allora aveva 4 anni, la signora ha ottenuto dalla Corte di Los Angeles la separazione dal marito, un provvedimento di protezione per lei e per il figlio ma anche un allontanamento dell’uomo pur residente in uno Stato diverso. Scopro poi anche che il padre, disperato per la partenza di moglie e figlio, ha smosso mare e monti, scrivendo una lettera accorata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano (che riporto qua sotto) e ottenendo che la senatrice del Pd, Albertina Soliani, facesse una interpellanza parlamentare sul caso e sulla sottrazione del figlio di cui è stato vittima. Maurizio Rigamonti, che a Los Angeles ha visto il figlio in incontri protetti alla presenza di una psicoterapeuta come di solito si fa – anche in italia – non solo in casi di presunti abusi ma anche quando il bambino ha comunque delle difficoltà (e sembra che Leo soffra di “disturbo post traumatico da stress”), si è difeso tenacemente dalle accuse che gli erano state rivolte cercando anche di ottenere la custodia del figlio avviando un procedimento di decadenza della potestà materna presso il Tribunale per i Minorenni dell’Emilia Romagna in Bologna. In più scopro anche che, oltre alla denuncia penale per sottrazione di minore nei confronti della signora Calder, Rigamonti  è andato in appello per la sentenza in primo grado alla Corte di Los Angeles rovesciando il procedimento e ottenendo in secondo grado che gli Stati Uniti accogliessero la richiesta di rimpatrio forzato di Leo. Infine scopro che tutti e due i genitori, che hanno rilasciato interviste anche alla CNN (un servizio su Calder e una intervista a Rigamonti), hanno messo in atto una petizione per “salvare” il figlio dall’altro/a, e che mentre il signor Rigamonti accusa la moglie di “essere un’alcolista”, la signora Calder ha detto che l’ex avrebbe “precedenti penali per reati multipli, compreso il possesso di cocaina e traffico di droga”. Domani, sabato 2 giugno, il piccolo Leo arriverà in Italia all’aeroporto di Fiumicino, e il 4 giugno 2012, alle ore 13, saranno tutti presso il Tribunale di Parma per l’udienza e la comparizione delle parti. Il giudice Piscopo ha ordinato che Leo, appena arriva insieme alla madre all’aeroporto, sia immediatamente dato a suo padre presso il quale rimarrà per due giorni fino all’udienza, mentre domenica 3 giugno, Lura avrà una visita supervisionata con Leo per una o due ore, in quanto uno psicologo nominato dalla Corte valuterà Leo sulle sue interazioni, sia con il padre che la madre in maniera separata, in un periodo di 48 ore. Poi, lunedì 4 giugno, sarà decisa la custodia del bambino basata sulle osservazioni dello psicologo. Ora, al di là dei genitori e della veridicità o meno delle accuse reciproche,  mi chiedo: ma qual è qui l’interesse superiore del minore? com’è possibile che il piccolo Leo sia preso da una situazione A e messo a sei anni in una situazione B diametralmente opposta, senza una gradualità, un tempo necessario per farlo abituare, e messo subito sotto esame per l’arco di 48 ore, per di più in un contesto da cui è rimasto lontano dai 4 ai 6 anni (cruciali nella crescita di un bambino)? al di là di chi ha ragione o torto, e se anche i giudici che si sono occupati del caso – a questo punto tutti quanti – avessero preso un clamoroso abbaglio iniziale decidendo prima per la custodia di madre e figlio, e poi invece per il rientro in patria e la domiciliazione temporanea presso il padre, come non si può valutare il rischio del trauma per Leo che non saprà se “amare” più il padre o la madre tra sabato e domenica? e che dire del fatto che tutto ciò avviene in una modalità per cui il piccolo rimarrà separato dal genitore che in questi anni è stato il suo riferimento principale? Chiedo umilmente alle Istituzioni, al Tribunale competente, ai genitori, agli avvocati e ai supervisori di ascoltare Leo che forse ha qualcosa da dire.

    Grazie.

    Testimonianze

     Stralci della storia riportata dalla sig.ra Lura Calder

    “Mio marito, Maurizio Rigamonti, durante il matrimonio usava violenza psicologica e minacciava di picchiarmi se non facevo quello che lui voleva. Urlava di fronte al nostro bambino nato nel 8 Agosto 2005. Non avevo accesso al budget familiare. Ho chiesto di poter prendere la patente, per guidare la macchina che i miei genitori ci avevano comprato, ma lui si è sempre rifiutato di darmi i soldi per frequentare la scuola guida. Alla fine prima di partire per l’America, sono riuscita a prendere la patente grazie all’aiuto dei miei genitori, ma non sono riuscita a prendere il passaporto Italiano e non mi dava il permesso di andare con il bambino da nessuna parte. Ho cercato di parlare e di chiedergli amichevolmente il divorzio e lui mi ha risposto di no e ha iniziato a minacciarmi di togliermi il bambino e di non farmelo rivedere mai più. Nel 2008 continuamente, anche di fronte al bambino, minacciava di andare fuori casa a sparare alla gente e poi uccidersi perché era arrabbiato con la vita. (…) Frequentava il poligono dove prendeva lezioni, portandosi a casa a fine lezione la sagoma del bersaglio traforata dai suoi colpi per mostrarmi quanto era bravo a sparare. Ha poi iniziato a cercare su internet un modo per comprare una pistola e spendendo larga parte della giornata seduto al computer. In seguito ho scoperto che aveva richiesto il porto d’armi e che non gli era stato concesso ma aveva comunque accesso alle armi di suo padre. Non voleva che io parlassi con nessuno della mia famiglia riguardo i nostri problemi, ma parlava alla mia famiglia della nostra vita sessuale, perché diceva che non ero abbastanza brava. Ha iniziato a usare delle parole cattive e una violenza verbale, dicendo che dovevo essere io a servirlo sessualmente e che dovevo accettare tutto quello che lui voleva riguardo al sesso, e se non accettavo lui iniziava a insultarmi di fronte al bambino. (…) Mi minacciava in continuazione che mi avrebbe picchiata, tolto il bambino e che mi avrebbe fatto soffrire e reso la mia vita miserabile, se non facevo quello che voleva lui. La mia paura era che arrivasse al punto di uccidermi se fossi andata alla polizia, perché mi ripeteva che conosceva gente alla stazione di polizia e che se lo denunciavo lui lo veniva a sapere prima che la denuncia veniva depositata e glielo avrebbero riferito, per questo ho sempre avuto paura di andare a denunciarlo. (…) Due settimane prima che il bambino nascesse lui ha smesso di lavorare. Non ci permetteva di accendere il riscaldamento durante l’inverno e non potevamo fare la doccia tutti i giorni e usava l’orologio a misurare il tempo che ci mettevamo per fare la doccia, mentre la luce si poteva usare solo la sera anche se il nostro appartamento era molto buio. Voleva che pulivo il nostro appartamento con una piccola spugna piegata sulle mie ginocchia e strofinando con con le mie mani. Non potevo accendere il gas senza il suo permesso e aveva rimosso tutte le porte dell’appartamento meno quella del bagno fatta di plastica cosi poteva tenermi sempre sotto controllo. Non ci parlava per giorni, e non usciva da casa e rimaneva a letto al buio fino a tardo pomeriggio, non potevamo fare nessun rumore e non potevamo uscire da casa. Mi criticava continuamente e non solo a me ma anche Leo, ma mi diceva che solo lui mi amava e che nessun altro mi amava, inclusa la mia famiglia isolandomi da tutti. (…) Non voleva che io trovassi lavoro. Diceva che dovevo fidarmi solo di lui e se lo contraddicevo lui iniziava a diventare verbalmente aggressivo. La mia famiglia provvedeva a mandarmi soldi, giocattoli, vestiti per mio figlio e per me, ma lui ha chiamato la mia famiglia dicendogli di mandare solo soldi cash così decideva lui cosa comprare. Quando scoprii che ero incinta, io ero molto felice e volevo questo bambino, e per il bene del bambino avrei fatto di tutto per far funzionare bene il nostro matrimonio. Quando lo comunicai a Maurizio che ero incinta, lui si arrabbiò e cercò di convincermi ad abortire perché non avevamo abbastanza soldi per far crescere il bambino. (…) Dopo che il bambino è nato ha iniziato a criticarmi su tutto quello che facevo con il bambino, su come leggevo le favole prima di andare a dormire, che ero troppo drammatica, che non mi dovevo sedere sul suo letto, che non lo dovevo coccolare e mi urlava che non sapevo essere né madre né moglie, e ripeteva: Tuo marito ha i suoi bisogni, tuo marito viene prima. Prima che io ritornassi negli Stati Uniti, Maurizio cercava di provocarmi a uno scontro fisico, spingeva il suo petto contro il mio alzando il suo pugno e dicendomi: Vuoi litigare? Vuoi colpirmi? DAI, DAI! Dopo questi incidenti, ho preparato una piccola borsa, per Leo e per me, e ho riferito a Maurizio che non potevamo più stare lì in quelle condizioni. Maurizio si mise di fronte alla porta e ci bloccò e mi disse con voce minacciosa che non dovevo lasciare la casa e io ritornai indietro. L’11 Febbraio 2010, sono andata al centro anti-violenza di Parma, perché non ce la facevo più a sopportare gli abusi. Ero devastata, ne parlai con due esperti del centro e mi consigliarono di lasciare Maurizio al più presto e che la situazione non sarebbe migliorata, ma peggiorata. Il 16 febbraio 2010 preparai di nuovo una piccola valigia, scrissi un’email a Maurizio comunicandogli che andavo dalla mia famiglia in California e sono partita: sapevo che se glielo avessi detto non mi avrebbe mai dato il permesso di partire e avrebbe ricominciato con le minacce. Poi, quando sono arrivata a Los Angeles, abbiamo parlato per telefono: lui continuava a minacciarmi, diceva che non ero nessuno senza di lui. (…) A un certo punto gli dissi al telefono che avrei portato Leo da un psicologo, perché si picchiava da solo già da un paio di anni. Maurizio non voleva ma era l’unico modo in cui potevo aiutare mio figlio. Così andai al Tribunale di Los Angeles dove chiesi la separazione e l’affidamento. Il giudice, oltre all’affido esclusivo del bambino a me, emanò anche un ordine di restrizione nei suoi confronti, malgrado lui fosse in un altro paese. (…) Nel Gennaio 2011, è venuto a Los Angeles per chiedere al giudice di vedere Leo senza la supervisione. Diceva che non aveva soldi per pagare il supervisore, e il giudice ha rifiutato, perché Maurizio non ha voluto parlare con la terapista di nostro figlio, per avviare un processo terapuetico di riunificazione. Per questo per due anni non ha visto il figlio, perché non ha accettato un percorso di incontri graduali dopo un passato traumatico. Durante le visite nel 2010 con Leo, lui diceva a Leo che un bimbo deve avere una mamma e anche un papà, e la stessa cosa l’ha ripetuta in una intervista con la CNN, e allora perché adesso vuole togliermi mio figlio? Per vendetta?”

    Stralci della lettera del sig. Maurizio Rigamonti al Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano

    “Egregio Presidente Napolitano, il mio nome è Maurizio Rigamonti. Le scrivo come cittadino italiano ma soprattutto come padre, ormai disperato ed esausto per le ingiustizie e i soprusi subiti fino ad ora negli USA in una vicenda che sembra non avere fine e che coinvolge vari organi governativi Italiani, come il Ministero della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri e il Consolato Italiano di Los Angeles. Mi auguro che questa lettera serva non solo a far conoscere anche a lei queste realtà ma che con la sua attenzione aiuti e tuteli tutte quelle persone che come me si ritrovano a vivere situazioni di questo tipo e che distruggono la vita di tanti bambini indifesi, utilizzati come armi per distruzione di famiglie. Quello che sto per raccontare con tanta frustrazione, amarezza e che alla fine risulterà anche grottesco è pura realtà vissuta innanzitutto da MIO FIGLIO, da ME PADRE e dalla MIA FAMIGLIA! Cercherò inoltre si essere sintetico e tralasciare la miriade di disgustosi dettagli che fanno diventare ancora più raccapricciante questa vicenda. Questa terribile storia inizia il 16 Febbraio 2010, con il rapimento di mio figlio Leonardo di anni 4 e 5 mesi, CITTADINO ITALIANO, NATO E CRESCIUTO E RESIDENTE IN ITALIA DALLA NASCITA e precisamente a PARMA; l’artefice di questo ignobile, codardo, meschino e incivile gesto è la madre alcolista americana, che per paura di perdere la custodia del figlio in Italia causa il suo problema e la sua frequentazione all’Anonima Alcolisti, decide con la complicità e la premeditazione della famiglia, di scappare a mia insaputa a Los Angeles, invece di portare mio figlio all’asilo. La stessa mattina mi scrive una mail dall’aeroporto di Heathrow, durante l’attesa del volo per Los Angeles, dove dichiara di essere partita senza dirmi nulla per non avere discussioni e mi rassicura dicendo di fare ritorno il 3 marzo, vado dai Carabinieri per denunciarla per sottrazione di minore e mi suggeriscono di aspettare, primo per non traumatizzare il bambino al suo arrivo negli USA, secondo per non attivare dei procedimenti prima del suo previsto ritorno. Durante i 15 giorni della sua permanenza negli USA ci sentiamo telefonicamente e mi scrive delle email scusandosi per quello che ha fatto e affermando continuamente la sua intenzione di tornare a Parma il 3 marzo. Il 2 marzo mi chiama dicendomi di avere l’influenza e di dover rimandare la sua partenza di qualche giorno, le rispondo di prendersi cura della sua salute e di farmi sapere la data del suo ritorno sperando che non sia l’ennesima bugia ma proprio il 3 marzo ricevo una chiamata da un avvocato di Los Angeles che mi dice che sono sono stato denunciato per violenze domestiche e devo presentarmi presso la Corte Superiore di Los Angeles il giorno successivo per un’udienza riguardante le violenze, la separazione e la custodia del bambino. Rimango sconvolto da queste parole tanto che rispondo: cosa? Ho sentito mia moglie 2 giorni fa e mi ha detto che avrebbe spostato la data del suo ritorno per problemi di salute. Non faccio in tempo a finire queste parole che la comunicazione viene interrotta bruscamente. Chiamo immediatamente il Consolato Italiano di Los Angeles e prendendo a cuore la mia situazione mi consigliano di fare immediatamente la denuncia attraverso i miei legali in Italia (Claudio Defilippi e Debora Bosi) per rapimento di minore e mi affidano ad un avvocato di fiducia a Los Angeles (Cinzia Catalino). Chiamo la Catalino e mi manda via fax la delega da firmare per potersi presentare in aula visto che io sono impossibilitato a farlo fisicamente per problemi di tempistiche e di ore di volo. Durante questa udienza non essendo io in aula a difendermi con il mio avvocato, viene emesso un ordine di restrizione temporanea nei miei confronti senza una prova e basata solo sulle parole della sua falsa testimonianza, dopo l’udienza mi ritrovo ad essere imputato di qualcosa che non ho mai commesso (nessuna denuncia in Italia o referti ospedalieri) e ad essermi negato qualsiasi contatto o comunicazione con mio figlio fisica, telefonica. L’udienza successiva sarà il 25 marzo. Nei giorni successivi con i miei legali Italiani facciamo richiesta tramite il Ministero della Giustizia del ritorno del minore appellandoci alla Convenzione dell’Aja e partiamo con le varie denunce presso il Tribunale di Parma e quello dei Minori di Bologna. Nello stesso tempo anche i miei legali a Los Angeles inoltrano la documentazione per la Convenzione dell’Aja e viene fissata un’udienza per il 9 Aprile negli USA. Parto per Los Angeles nei giorni successivi e all’udienza del 25 marzo viene deciso che questa sarà spostata a data da destinarsi e che si dovrà procedere con quella della Convenzione dell’Aja per la tutela della bambino. (…) Solo all’udienza del 9 Aprile mi viene concesso di vedere mio figlio, fuori dalla Corte, per un’ora dopo quasi 2 mesi e mi viene data la possibilità di vederlo 2 volte alla settimana, per 3 ore e solo con il monitoraggio di supervisori da me pagati 200 dollari a visita e con il DIVIETO ASSOLUTO DI PARLARE ITALIANO ANCHE SE LEONARDO è UN CITTADINO ITALIANO E PARLA SOPRATTUTTO ITALIANO!!!!! Decido di rimanere a Los Angeles per passare più tempo possibile con Leonardo anche se con costi enormi per me da sostenere e aspettare la data dell’udienza successiva. Alla prima visita monitorata dopo più di una settimana, Leonardo si comporta in modo strano e riluttante, rimango sconvolto dal suo atteggiamento così ostile e diverso dall’ora passata insieme dopo l’udienza, ricca di baci, abbracci e di giochi: povero bambino stava recitando una parte a lui imposta e che reggeva a fatica. In 10 giorni era stato condizionato e manipolato a tal punto contro di me che gli era stato imposto di dare la mano al supervisore e non a suo padre, di non ricevere nulla da suo padre, niente baci, niente abbracci, né acqua né cibo ma dopo 30 minuti l’innocenza e la spontaneità di un bambino prevale e ritorna ad essere più affettuoso e disponibile nei miei confronti anche se non del tutto, e mi dice che mi devo accontentare perchè non vuole forse disobbedire alle promesse fatte. Chiaramente la visita successiva non esiste perchè viene trovata subito la scusa che Leo sta male per cui lo rivedo dopo 15 giorni per altre 2 volte e dove durante anche queste visite dopo i primi minuti di ostilità si lascia andare e mi abbraccia e mi bacia affettuosamente e mi dice quanto mi vuole bene e che sono il papà migliore del mondo! (…) Ormai sono passati due mesi dal mio arrivo a Los Angeles e sono riuscito a vedere Leonardo solo 5 volte e dopo la conferma della data del processo fissata per il 27 luglio decido con il cuore a pezzi di ritornare in Italia per problemi economici, per seguire il mio lavoro e per raccogliere tutte le testimonianze in Italia per il processo. (…) Nel frattempo i NONNI ITALIANI non vedono e non sentono Leonardo da ormai quasi 5 mesi!!! Arriva anche Luglio e io riparto per Los Angeles fiducioso con le testimonianze delle maestre, vicini di casa, persino le amiche della madre di Leonardo, che conoscendo la verità, decidono di schierarsi dalla mia parte. Al mio arrivo sono felice perchè so che finalmente dopo 2 mesi rivedrò Leonardo, ma non è così: i legali della madre, diventati ormai 4 decidono che se voglio vedere mio figlio devo versare un bond da 10.000 dollari come cauzione: Faccio presente che non ho questa possibilità visto che dovrò pagare la psicoterapeuta delegata dalla Corte, tutte le relative spese legali e la mia permanenza a Los Angeles per un altro mese. Per cui niente BOND niente visite!!! Al primo appuntamento con il mio avvocato di Los Angeles spunta addirittura una email scritta dal loro legale in Italia (Emanuela Strina del foro di Milano) al loro legale negli USA (Peter Lauzan) che mi accusa di aver saputo tramite un testimone che VUOLE RIMANERE ANONIMO (e che non testimonierà il fatto in nessun luogo ed occasione) di avere INGAGGIATO UN KILLER IN ITALIA e a LOS ANGELES per un attentato alla vita di mia moglie e per poter fare del male anche a mio figlio!! Questa lettera verrà usata per potermi incastrare attraverso l’FBI e messa agli atti durante il processo! Con i miei legali in Italia decidiamo di sporgere denuncia querela per calunnie e diffamazione e di scrivere all’Ordine degli Avvocati del foro di Milano e chiedere l’espulsione di Emanuela Strina per violazione del Codice Deontologico per le gravi accuse di tentato omicidio. Dopo aver avuto 2 colloqui con Terry Asanovich, la psicoterapeuta delegata dalla Corte per la perizia sugli abusi sessuali su Leonardo, vengo chiamato per un incontro combinato di un’ora con lui e chiaramente dopo quasi 3 mesi senza vedermi e un’altro lavaggio del cervello, come da copione, mi rifiuta e mi dice che io pretendo di essere buono e gentile evitandomi e rifugiandosi dalla terapeuta. Io scoppio a piangere e mi chiedo come può una madre fare una cosa simile al proprio figlio, utilizzando la sua innocenza in questo modo crudele e inumano. Arriva il 27 Luglio e dopo 10 giorni di processo (il più lungo nella storia dei casi di Sottrazione Internazionale di Minore), dopo aver speso 40.000 dollari, dopo aver avuto 28 testimonianze scritte a mio favore, 4 telefoniche dall’Italia a mio favore, 1 da Los Angeles a mio favore, l’investigazione sugli abusi sessuali e le violenze domestiche effettuate dai Servizi Sociali Americani risultata INFONDATA E INCONCLUDENTE, nessuna prova concreta delle accuse fatte nei miei confronti, l’abuso di alcolici della madre confermato anche in Corte, il Giudice Marjorie Steimberg emette la sentenza e dice che sulle basi della perizia fatta da Terry Asanovich IL BAMBINO NON DEVE ESSERE RIMPATRIATO IN ITALIA CON IL PADRE perchè potrebbe subire un danno emotivo e perchè ha dimostrato di avere un comportamento ostile nei confronti del padre!! Ma che potrà tornare in Italia solo con la madre, e solo se il padre toglierà la denuncia fatta per sottrazione di minore, solo se i tribunali Italiani emetteranno una diffida (senza nessuna denuncia) nei confronti del padre che tuteli la madre, solo se il padre pagherà tutte le spese per la madre e il figlio casa compresa e solo se queste ordinanze soddisferanno la Corte di Los Angeles il bambino potrà tornare in Italia. INTANTO I NONNI ITALIANI NON SENTONO LEONARDO DA 8 MESI COME SE ANCHE LORO NON NE ABBIANO IL DIRITTO! MI CHIEDO CHE TIPO DI GIUSTIZIA SIA QUESTA IN UNO STATO CHE SI RITIENE CIVILE E DEMOCRATICO! Possibile che una persona possa scappare con un bambino in un altro Stato e inventarsi tutte le porcherie del mondo senza una prova concreta!!!! E chi sta dall’altra parte deve subire e pagare ingiustamente tutte le conseguenze per fatti ed episodi mai esisti. SE LE PERSONE COINVOLTE IN UNA VICENDA COME QUESTA SONO RESIDENTI IN ITALIA I PROCESSI DEVONO ESSERE SVOLTI NELLO STESSO STATO E NON IN UNO STATO CHE NON HA NESSUNA GIURISDIZIONE PER L’ACCUSATO E CHE CERCA DI PROTEGGERE E TUTELARE SOLO CHI VUOLE! Tutti i fatti elencati in questa lettera sono dimostrabili con documenti e sono a conoscenza del Ministero della Giustizia, il Ministero degli Affari Esteri, il Consolato Italiano di Los Angeles, il Tribunale di Parma e il Tribunale dei Minori di Bologna. Distinti Saluti, Maurizio Rigamonti”

di Luisa Betti 
pubblicato il 1 giugno 2012 

APC = Afghane Post Chicago

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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  • E’ accaduto in un remoto villaggio Hazara, in Pakistan.

    Islamabad, 28 mag. (Adnkronos/Aki) - Quattro donne e due uomini sono stati condannati a morte in Pakistan con l’accusa di aver ”macchiato l’onore” delle rispettive famiglie per aver ballato insieme durante una cerimonia nuziale in un remoto villaggio di Hazara, violando così ”le regole tribali di separazione tra i sessi”. Le donne, tutte sposate, sono state richiamate dai loro parenti e rinchiuse in una stanza del villaggio di Seertaiy, nel distretto di Kohistan. ”Una jirga tribale li ha dichiarati Ghul (fornicatori, ndr). E potrebbero essere uccisi in qualsiasi momento”, ha dichiarato Muhammad Afzal, il fratello maggiore dei due uomini condannati a morte. Afzal ha aggiunto che le donne accusate hanno cantato Mahiyas (canzoni popolari) durante una cerimonia di nozze e hanno danzato in presenza di Na-mehram (coloro che si possono sposare nell’Islam). La cerimonia nuziale si è svolta due mesi fa nel villaggio di Bando Baidar. Alcuni ospiti hanno ripreso con una videocamera del telefono le donne e gli uomini che cantavano e ballavano, come riferiscono fonti al quotidiano pakistano ‘The Express Tribune’. Il video amatoriale è stato poi inviato ai parenti delle donne. La tribù alla quale queste donne appartengono ha quindi convocato una jirga di saggi un mese fa. Questi ultimi hanno riconosciuto le donne e gli uomini colpevoli di violazione delle norme tribali e islamiche per aver cantato e ballato insieme. ”La jirga non si è preoccupata di sentire gli accusati e li ha condannati a morte”, ha detto Afzal a The Express Tribune. La jirga ha anche incaricato 40 giovani di uccidere i ”fornicatori”. Secondo il verdetto, gli uomini devono essere uccisi per primi. Le donne sotto accusa, due delle quali hanno figli piccoli, sono segregate in una stanza di un’abitazione di loro parenti nel villaggio. ”Sono legate con delle corde. Vengono affamate”, denuncia Afzal, mettendo anche in dubbio l’autenticità del video e affermando che è stato fabbricato ad arte per umiliare la sua famiglia. ”Dal momento che la nostra famiglia è benestante e possiede vasti ettari di foreste, frutteti e fattorie nel villaggio di Bando Baidar. Loro (i nostri rivali, ndr) hanno ordito un complotto per privarci delle nostre proprietà. Il capo della polizia locale ha confermato che la jirga ha condannato sei persone alla pena capitale. ”Ho parlato ai saggi della tribù e userò tutti i mezzi in mio possesso per fermare queste esecuzioni”, ha detto Abdul Majeed Afridi, funzionario del distretto di polizia, a The Express Tribune, spiegando di aver già inviato una pattuglia della polizia a Seertaiy per trovare le donne. Afridi, che ha visto il video, si dice d’accordo con Afzal, che di professione è avvocato. L’agente di polizia spiega infatti che nelle immagini si vedono donne che cantano Mahiyas e applaudono in una stanza. Poi si vedono degli uomini, ma lo sfondo è diverso.

    NOTA

    Gli hazara sono in gran parte di religione islamica sciita, sebbene alcuni di essi siano sunniti o ismailiti. Spesso risulta difficile distinguere gli hazara sunniti dai tagichi e dai pashtun, anch’essi sunniti. Gli hazara costituiscono un gruppo etnico che vive prevalentemente in una regione montuosa dell’Afghanistan centrale, nota come Hazarajat o Hazaristan. Rappresentano circa il 19-25% della popolazione afghana (tale stima è comunque approssimativa, dato che da decenni nel paese non si hanno censimenti accurati). Alcuni hazara, infine, vivono in Pakistan e Iran.

di Luisa Betti 
pubblicato il 28 maggio 2012 

ROSA LIBERA! 

“Mi dettero un calcio e caddi a terra, e mi presero per i capelli trascinandomi per 2 o 3 metri, e cominciarono a toccarmi in tutte le parti del corpo. Poi mi tolsero i pantaloni e le manette, mi bloccarono togliendomi la camicetta e lasciandomi completamente nuda. Non so quanti erano, sentii solo uno che diceva: Io sarò il primo. Pensai che mi avrebbero violentata e allora gridai: Vi prego, vi supplico per l’amor di Dio non mi violentate dirò quello che volete. Così accettai di essere colpevole di un delitto che non ho commesso”.

Una lettera di Rosa López Díaz, 33 anni, indigena tzotzil, chiusa nel carcere di San Cristóbal col suo bambino. Ha visto morire l’altro suo figlio, nato con gravi danni cerebrali per le torture inflitte a lei mentre era incinta


LUISA BETTI
27.05.2012
Una lettera di Rosa López Díaz, 33 anni, indigena tzotzil, chiusa nel carcere di San Cristóbal col suo bambino. Ha visto morire l’altro suo figlio, nato con gravi danni cerebrali per le torture inflitte a lei mentre era incinta
Rosa López Díaz ha 33 anni, è indigena di lingua tzotzil e proviene da una famiglia povera.Detenuta nel carcere messicano di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas, con il suo secondo bambino, Leonardo, ha visto morire a 4 anni l’altro suo figlio, Natanael, nato con gravi danni cerebrali in seguito alle torture subite da lei al momento dell’arresto - avvenuto nel 2007 - mentre era incinta. Condannata a 27 anni e 6 mesi di reclusione (dopo uno sconto di pena di 17 giorni al processo d’appello) insieme a suo marito, Alfredo López Jiménez, al cugino di lui, Juan Collazo Jimenez, e a un loro amico, Jimenez Pedro Lopez, Rosa è stata accusata di un reato – un sequestro di persona - che non ha mai commesso ed è stata costretta a firmare una confessione in bianco sotto la minaccia della violenza dopo essere stata picchiata malgrado fosse incinta di 4 mesi.
Rosa è l’emblema di tutte le discriminazioni che un essere umano può subire: è donna, indigena, povera, detenuta e madre, e per questo più esposta perché ricattabile attraverso il figlio. Ma Rosa è anche il simbolo di tutte le mamme che sono costrette a crescere i propri figli in carcere dove i bambini rimangono, per lo più, fino a 5-6 anni: in Messico, Argentina, Bolivia, in Salvador, in Afghanistan, in Iran, in tutto il Medio Oriente, in Africa, e nel mondo intero, compresa l’Italia. Donne che, per la maggior parte, sono in carcere per motivi legati al disagio sociale e alla povertà ma anche per motivi politici o reati inesistenti. Rosa da un anno porta avanti la sua lotta per la libertà e per il riconoscimento dei diritti dei detenuti insieme alla sezione maschile del carcere N. 5 e al collettivo “Los solidarios de la Voz del Amate”, ma i funzionari governativi le fanno pressione perché abbandoni la lotta, e ora lei chiede aiuto al mondo.
“Il nostro obiettivo è esigere che si rispettino i diritti umani e che ci restituiscano la libertà che ci è stata tolta dal mal governo – spiega Rosa in una lettera che ci ha mandato la settimana scorsa – e lo sciopero della fame che abbiamo fatto a settembre ha avuto l’appoggio degli altri detenuti e la solidarietà di chi è fuori e lotta con noi. Nell’atto di resistenza io ero l’unica donna e ho ricevuto minacce da parte delle autorità, ma grazie alle denuncie che abbiamo fatto, alla fine hanno rispettato la mia protesta”. Rosa ora vuole far conoscere a tutti e a tutte la sua storia che, come quella di altri e altre, è una storia brutale di violazione dei diritti fondamentali e con questa lettera scritta dalle sue mani mentre sconta la pena nella cella della prigione di Cristobal, in Messico - dove ha imparato a leggere e a scrivere – lancia il suo appello al mondo raccontando la sua storia.
Questa è la storia di Rosa López Díaz, raccontata da lei stessa, in esclusiva per il manifesto.
“A 5 anni preparavo tortillas per tutta la famiglia, andavo al mulino di Nixtamal dove si tritano i chicchi di mais, bollivo i fagioli, pulivo la casa, lavavo i vestiti. Ero la più grande e accudivo i miei fratellini perchè mia madre vendeva tortillas al mercato e mio padre coltivava il campo. A 14 anni ho cominciato a lavorare in una casa come serva dove facevo i lavori domestici per 100 pesos al mese (6 euro, ndr) e in questo periodo conobbi Rafael che sposai dopo pochi mesi con il consenso dei miei genitori. Un matrimonio infelice, perché presto le botte e maltrattamenti diventarono all’ordine del giorno. Rimasta incinta a 17 anni, partorii 5 figli, uno dietro l’altro, sempre sotto la minaccia delle botte, e sopportai i tradimenti di mio marito, solo perché i nostri costumi e le nostre tradizioni ci dicono di sopportare l’uomo e tutte le umiliazioni fino a che uno dei due muore.
“Poi venne il giorno in cui lui se ne andò con un’altra donna, lasciandomi sola con 5 figli da crescere, e dentro di me ringraziai dio ma non dissi nulla. Durante la giornata facevo la domestica per 800 pesos al mese (50 euro, ndr), e di notte gli orli alle camicie per dar da mangiare ai figli. Poi arrivò Alfredo che vendeva vestiti al mercato. Ci siamo sposati dopo un po’ che ci frequentavamo ed ero davvero felice prima di cadere in questo incubo. Io e Alfredo nel 2007 siamo stati accusati di un sequestro che non abbiamo fatto e condannati per un reato che non abbiamo commesso. Il fatto è che il cugino di Alfredo, il giovane Juan Collazo Jimenez, e la figlia dello zio del mio ex marito, Claudia Estefani, si sono innamorati e sono scappati insieme senza il consenso dei genitori malgrado lei fosse minorenne, e per questa loro decisione io e mio marito siamo stati condannati a 27 anni e 6 mesi di carcere. Il padre della ragazza ci ha denunciati sapendo di mentire e alcune voci dicono che c’è stata anche una mazzetta di 40.000 pesos che è servita a farci arrestare senza troppe indagini, tant’è che per farci firmare una confessione in bianco ci hanno torturati.
“Quando ci hanno presi io ero incinta di 4 mesi ed ero con mio marito nel centro della città di San Cristobal seduti sulle panchine della piazza. Mentre mangiavamo cocco all’improvviso qualcuno ci ha gridato di sdraiarci a terra ma noi non pensavamo che fosse diretto a noi. Così i poliziotti ci colpirono alle spalle, noi cademmo a terra e cominciarono a perquisirci come fossimo delinquenti. Mio marito chiese la ragione di quell’azione e se avessero un mandato per fare quello che facevano, e uno di loro gli puntò la pistola alla tempia per farlo stare zitto. Ci alzarono e ci coprirono la faccia portandoci via su una camionetta. All’arrivo fecero scendere prima mio marito e poi mi portarono in un altro posto. Qui cominciarono a domandarmi: Dove la tenete sequestrata? Io non sapevo di chi stessero parlando e continuavo a rispondere: chi? Chi cercate?Poi, a un certo punto, cominciarono a darmi cazzotti.
“Mi colpirono allo stomaco e io li avvisai che ero incinta ma loro dissero che non importava e continuarono a colpirmi. Mi misero un pezzo di stoffa bagnata in bocca e una busta di plastica in testa e sentii che mi stavano asfissiando e in quei secondi sentii la morte. Non so per quanto tempo mi torturarono, sentivo solo dolori insopportabili dovuti alla gravidanza. Non potevo vedere la faccia di quelli che mi picchiavano perché ero bendata e legata. Mi dettero un calcio e caddi a terra, e mi presero per i capelli trascinandomi per 2 o 3 metri, e cominciarono a toccarmi in tutte le parti del corpo. Poi mi tolsero i pantaloni e le manette, mi bloccarono togliendomi la camicetta e lasciandomi completamente nuda. Non so quanti erano, sentii solo uno che diceva:Io sarò il primo. Pensai che mi avrebbero violentata e allora gridai: Vi prego, vi supplico per l’amor di Dio non mi violentate dirò quello che volete. Così accettai di essere colpevole di un delitto che non ho commesso.
“A quel punto uno di loro disse: Vedi com’è facile? se l’avessi detto prima non avresti passato tutto ciò. Dirai che avete sequestrato Claudia Estefani chiedendo un riscatto di 2 milioni di pesos. L’avete progettato tu e Alfredo. E poi mi chiesero: Sei pronta? E io risposi di sì perché avevo troppa paura. Allora arrivò una donna, che mi vestì e mi rimise le manette dicendomi:Cammina, stupida! Poi mi fecero sedere in una stanza dove registrarono la mia voce che diceva quello che loro mi itimavano di dire, e lì vidi le facce degli uomini che mi avevano picchiata e torturata: uno di loro era grasso e con occhiali. Dopo un po’ mi fecero delle foto e alcune persone eleganti mi fecero firmare dei fogli in bianco, più un foglio in cui non so cosa c’era scritto perché all’epoca non sapevo né leggere né scrivere. Qui una donna, indigena, analfabeta e povera non ha diritti e mi trattarono peggio che un animale. Fu spaventoso, terribile, e la paura di morire era forte perché mi dissero che se non mi dichiaravo colpevole mi avrebbero portata in un terreno abbandonato e mi avrebbero amazzata.
“Nel momento in cui entrai nella sezione femminile del carcere avevo paura perché ero incinta e dolente per tutte le botte prese. Lì trovai altre donne indigene che mi diedero una coperta, caffè, cibo. Altre vittime di ingiustizia che sapevano cosa mi avevano fatto. La cosa più brutta fu però quando Natanael venne al mondo perché aveva danni cerebrali, il volto deforme ed era paralizzato. Qui in carcere non c’erano cure e medicinali per lui e quando i miei genitori si presero cura di Natanael, il piccolo non poteva neanche piegare la testa per vedere il suo corpo e furono i medici che lo visitarono a dire che il bambino era nato malato per le torture che avevo ricevuto quando mi arrestarono. La vita di mio figlio è stata quella di un morto vivente che a 4 anni e 16 giorni è morto tra le braccia di mia madre. Un dolore molto grande, insopportabile.
“Dopo Natanael, durante uno degli incontri con mio marito, ho concepito Leonardo che sta con me e ci rimarrà fino alla metà del mese di luglio perché dopo andrà a vivere con i miei genitori. Mi duole stare senza di lui, non vederlo crescere, non vedere i suoi primi disegni, ma è troppo duro e difficile tenere un figlio in carcere: noi ci ammazziamo di lavoro fino all’alba per guadagnare qualcosa e comprare pannolini, vestiti e altre cose per i nostri piccoli perché nessuno qui ci dà niente. Quando le detenute partoriscono le portano all’ospedale ma dopo il parto ci riportano al penitenziario dove non c’è pediatra, non ci sono medicine nè per i bambini nè per noi, e ci portano all’ospedale solo quando vedono che qualcuno sta morendo. Il settore femminile dove viviamo lo puliamo noi una volta alla settimana, turnandoci il naso. I neonati vivono con noi in celle di 3 metri x 4 in cui ci sono alemno 6 donne e non c’è un luogo per i neonati perché ogni donna cura il figlio da sola e senza niente. Per il resto abbiamo un bagno in ogni cella e il pranzo che ci danno è lo stesso anche per i piccoli perché non ci sono cibi speciali per loro. Spesso abbiamo dolore di stomaco e mal di testa, o malattie tipo influenza ma anche salmonellosi.
“Qui in Chiapas e in Messico non c’è giustizia. Le autorità che si dicono competenti si dedicano solo a ledere i diritti umani, a inventare delitti contro persone innocenti, e come oggi lo hanno fatto con me, domani continueranno a farlo con altri e altre. Per questo chiedo umilmente alle organizzazioni internazionali che lavorano sui diritti umani e denunciano le ingiustizie nei confronti delle persone che non possono difendersi, di intervenire nella mia situazione affinchè nessun’altra donna sia vittima di ingiustizia.Quello che più desidero nella vita e quello che chiedo è ottenere la libertà per me e pèer gli altri ingiustamente condannati, per continuare a lottare per la società, conquistando altri cuori alla nostra causa. La forza me la dà mio figlio. Quando vedo il suo visetto innocente, mi viene una grande tristezza, ma dalla tristezza nasce il mio coraggio e la rabbia, grandi e degni come il mio dolore”.

  • LUISA BETTI
  • 20.11.2011
Oggi si celebra la Giornata universale dei diritti dell’infanzia, ma le violazioni di questi diritti, anche i più elementari, sono continue anche in Italia dove cresce il numero dei bambini abusati in famiglia.
Oggi, nell’anniversario della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo(20 novembre 1959) e della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia(20 novembre del 1989), le parole scorrono a fiumi nel celebrare la “Giornata Universale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza”, parole “importanti” su quanto sia necessario proteggere i bambini, il loro futuro, la loro crescita: mentre i dati dicono che un bimbo su cinque in Italia è a rischio povertà (Save the Children) e che aumentano i minori che subiscono violenza (Terre des Hommes). Nello specifico: il 24,4% rischia la povertà, il 18,3% vive in miseria, il 18,6% è in condizioni di deprivazione materiale e il 6,5% di povertà assoluta. Per quanto riguarda la violenza, in Italia i casi registrati dalla polizia di bambini abusati sono passati da 4.178 nel 2009 a 4.293 nel 2010, e tra questi ci sono stati 763 casi di violenza sessuale, 349 vittime di violenza sessuale aggravata, 186 bambini picchiati in famiglia con intervento di assistenza medica e denuncia per abuso dei mezzi di correzione e disciplina; 1.004 hanno subito gravi maltrattamenti in famiglia e 319 sono stati abbandonati.
L’intreccio di povertà e violenza per i minori si aggrava se, approfondendo i dati, si aggiunge anche la “violenza assistita”, quella violenza tra le mura di casa cui il minore è costretto ad assistere con danni enormi per la sua psiche e per la sua crescita. Ancora attuale è la ricerca del progetto Daphne III, Spettatori e Vittime: i bambini e le bambine che assistono ad un atto di violenza, lo subiscono, (Save the Children e Garante dell’Infanzia e dell’Adolescenza, Regione Lazio), per cui delle 7milioni di donne che tra i 16 e i 70 anni hanno subito una violenza fisica (18,8%), sessuale (23,7%), psicologica (33,7%) o stalking (18,8%), ce ne sono sono quasi 700mila che avevano figli al momento della violenza, con un totale di circa 400mila bambini che hanno assistito a violenze.
“La definizione di violenza assistita è ancora troppo vaga – dice l’avvocata Marcella Pirrone – in Germania per esempio si usa il termine ‘vissuta’ mentre in inglese è ‘violenza testimoniata’; forse per esprimere bene il concetto bisognerebbe usare la parola ‘violenza con-vissuta’”.
Marcella Pirrone, avvocata del Coordinamento Internazionale dell’Associazione italiana “D.i.Re” (Donne in Rete contro la violenza) all’interno della Rete Europea dei Centri antiviolenza Wave (Women against Violence Europe), ha stimolato e messo a punto una ricerca, Joint Custody and Domestic Violence in Europe, con avvocate di altri 11 paesi europei (Svezia, Norvegia, Danimarca, Islanda, Austria, Serbia, Portogallo, Italia, Belgio, Armenia, Irlanda), coordinata dall’ufficio Wave, che ha un osservatorio di 4.000 centri antiviolenza in Europa, per la comparazione e l’analisi della violenza assistita dei minori in tutta l’area, una ricerca che oggi si è estesa alla Germania, Gran Bretagna, Francia e Spagna.
“Quando si parla di violenza assistita il sommerso è enorme – continua Pirrone – e non solo in Italia. Noi abbiamo visto che in molti casi nelle denunce di violenza domestica alla polizia non viene registrata la presenza del bambino anche se la madre lo riferisce; solo se il bambino è coinvolto in prima persona viene registrato e ascoltato. A questo si aggiunga che, oltre alla violenza fisica e sessuale, molti danni vengono provocati dalla violenza psicologica o economica, e a volte è vero un supplizio. I minori si abituano a convivere con questa situazione ed è come avere una giostra nel cervello. Già a 2 o 3 anni i bambini percepiscono esattamente quando sta per scoppiare una violenza in famiglia e si preparano: rifiutandosi di allontanarsi dalla madre, pretendendo di dormire con lei, oppure si nascondono sotto il letto, mentre se sono più grandi cercano di tutelare la madre, di non uscire di casa per paura che la violenza si scateni, e possono anche intromettersi direttamente per difenderla. Un bambino che racconta di come il papà picchia la mamma con la cinghia e che quando lo fa guarda il piccolo dicendo: vedi cosa succede se non si ubbidisce al papà? Come può crescere? Come fa a metabolizzare una violenza così forte, e soprattutto, perché la deve subire?”.
Per il Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) violenza assistita in ambito familiare significa “fare esperienza da parte del minore di qualsiasi forma di maltrattamento compiuto attraverso atti di violenza fisica come percosse con mani oppure oggetti”, “impedire di mangiare, bere e dormire, segregare in casa o chiudere fuori casa, impedire l’assistenza e le cure in caso di malattia, assistere a violenza verbale, psicologica, svalutare, insultare, isolare dalle relazioni parentali e amicali, minacciare di picchiare, di abbandonare, uccidere, suicidarsi o fare stragi”, ma anche “impedire di lavorare, sfruttare economicamente, impedire l’accesso alle risorse economiche, far indebitare”, compiuto su figure di riferimento; a questo si aggiunga la violenza sessuale e le violenze messe in atto da minori su altri minori o su altri membri della famiglia, abusi di cui il minore può fare esperienza direttamente e indirettamente, per cui il sentire il rumore di percosse, rottura di oggetti, grida, insulti, le minacce, pianti, ha un impatto doloroso sul bambino, come anche il percepire la disperazione, l’angoscia e il terrore delle vittime. 
“La violenza delle ingiurie è un’altra torura – dice Pirrone - perché sono frequenti e continue, una denigrazione terribile per il genitore che si sente svalutato davanti ai figli, un’umiliazione fortissima e inquinante anche nel giudizio del bambino, che non è più libero di creare un suo pensiero al di là di questo trauma. Il pensare che un minore che assiste a violenza in casa sia esente dalla violenza è sbagliato e la realtà lo dimostra, tanto che in alcuni casi si parla addirittura di corruzione di minori, perché il martellamento continuo di giudizi e azioni deviate hanno poi un risultato di manipolazione sul piccolo che viene minato a livello psicologico e anche fisico”.
Sempre secondo il CISMAI i danni sui minori vanno dai disagi psichici come ansia, paura, serie difficoltà a scuola, iperattività, aggressività e difficoltà dell’attenzione, ma anche insonnia, incubi, reazioni acute come pianto, grida, tremori, fino a blocchi della crescita e ritardi mentali.
“Questa ricerca, nata tre anni fa – spiega Pirrone - è stata ideata perché in Europa, oltre alla violenza domestica, c’è l’emersione della violenza che si sviluppa dopo che la coppia si è separata, soprattutto se ci sono minori in affido condiviso. Il problema grande che ci troviamo ad affrontare oggi è che la violenza domestica viene scambiata per conflittualità di coppia e quindi un padre che è stato violento ha lo stesso trattamento di un padre normale in sede giuridica, con il grave rischio, come spesso succede, che le violenze possano continuare dopo la separazione. In questi casi spesso c’è lo stalking dell’ex marito che usa i figli come arma di ricatto o come detective nei confronti della madre, una sitiuazione di forte impatto psicologico in cui il bambino si trova a dover scegliere da che parte stare. Ma è possibile anche che la violenza persista nei contatti che i genitori devono avere per forza per la gestione condivisa del minore”.
In linea di massima la violenza assistita è ancora poco nominata nei tribunali e non esiste una norma specifica, in Italia ci si rifà agli articoli 330 e 333 del Codice civile in cui si parla di “grave pregiudizio e violenza psicologica sui bambini”, mentre in penale esiste il 572 che è maltrattamento: e anche se è ancora molto soggettiva l’interpretazione dei giudici, c’è una importante sentenza della Cassazione che ha riconosciuto la violenza assistita come reato facendola rientrare nei maltrattamenti.
“Il problema più grande è nei tribunali dove si consumano delle vere e proprie tragedie – conclude - perché a volte si impone il genitore violento anche se c’è un grave pregiudizio e anche se il minore esprime la volontà di non vederlo: in Portogallo c’è stato un caso in cui un padre, pur avendo una sentenza di condanna penale per abuso sessuale sul figlio, poteva vedere il minore perché il giudice sosteneva che fosse più importante la ricostruzione della figura paterna che non il rischio. Mentre in Italia una bambina abbandonata dal padre, sparito quando lei aveva due anni, è stata costretta ad andare un anno dallo psicologo per un percorso di preparazione perché dopo 9 anni il padre si era ricordato di lei, un padre che è riscomparso dopo pochi incontri minando la psiche della ragazzina”.
Questo studio europeo sarà portato a Washington a febbraio 2012, al II Convegno Mondiale del GNWS (Global Network of Women’s Shelters), la Rete internazionale dei Centri antiviolenza che riunisce i cinque continenti, perché il gruppo di ricerca sta lavorando anche con l’Australia dove l’affido condiviso c’è da 20 anni e perché, a differenza dell’Europa che applica la legge  da circa 10 anni, ha già sotto occhi gli effetti devastanti di una mancata regolamentazione e valutazione del rischio in caso di violenza. L’Australia infatti è l’unico paese al mondo che ha cominciato a rivedere e a cambiare alcuni parametri dell’affido condiviso in quanto si è resa conto nei fatti che la violenza domestica e l’affido condiviso sono fattori critici, e che è necessario domandarsi se il diritto alla bigenatorialità debba riconoscere un limite reale in caso di violenza assistita del minore.
 

IL MANIFESTO BLOG
   Prima donne e bambine. A cura di Luisa Betti
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Amnesty International sul femmicidio
  • Dall’inizio del 2012 le donne uccise da mariti, ex e familiari, sono circa 60 (comprese le vittime collaterali)

    Per la prima volta Amnesty International dichiara che il nostro Paese “deve superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”. Nell’ultimo Rapporto annuale, presentato due giorni fa a Roma, l’organizzazione che vigila sulle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo,  fa un richiamo esplicito all’Italia riprendendo in toto le raccomandazioni del Comitato Cedaw – che controlla l’applicazione  della “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” dell’Onu da parte dei paesi che l’hanno ratificata, tra cui c’è anche il nostro Paese –  fatte dopo la presentazione del “Rapporto Ombra” redatto dalla “Piattaforma Cedaw – 30 anni in corsa” e presentato l’anno scorso a New York, sulla condizione delle italiane. Chistrine Weise, presidente di Amnesty International Italia, dice che il problema degli stereotipi femminili e quello della violenza di genere, sono da considerare come priorità in Italia, e che l’elevato numero dei femmicidi che si stanno susseguendo giorno dopo giorno nel nostro Paese, dimostra la necessità di un intervento da parte delle Istituzioni e del Governo. “Per combattere la violenza di genere e i femmicidi, la prima cosa è il sostegno economico ai centri antiviolenza che devono essere finanziati e rafforzati -  ha detto Weise – e lo dico non come opinione personale ma in quanto presidente di Amnesty in Italia. L’assenza di un’azione reale per contrastare il fenomeno, è da considerare come una delle violazioni dei diritti umani molto grave”.

    • RAPPORTO AMNESTY INTERNATIONAL 2012

    Restrizioni alla libertà d’espressione in almeno 91 paesi

    Maltrattamenti e torture in almeno 101 paesi, soprattutto nei confronti di persone che avevano preso parte a manifestazioni antigovernative

    Condanne a morte eseguite in 21 paesi

    Condanne a morteemesse in 63 paesi

    Almeno 18.750 prigionieri nei bracci della morte

    Almeno il 60 per cento delle violazioni dei diritti umani documentate da Amnesty International è legato all’uso di armi di piccolo calibro e armi leggere

    Almeno 55 tra gruppi armati e forze governative arruolano bambini come soldati o ausiliari

    Solo 35 paesi pubblicano rapporti nazionali sui trasferimenti di armi convenzionali

    Ogni anno 500.000 persone muoiono per atti di violenza armata

    • PROSSIMI APPUNTAMENTI DI AMNESTY INTERNATIONAL

    In questi giorni, e fino a martedì 29 maggio, è in corso un progetto educativo speciale: il tour de “L’autobus di Rosa”, un bus itinerante intorno a cui, attraverso un programma di letture e di laboratori nelle scuole e nelle piazze di Roma, Amnesty International Italia ha costruito una campagna di promozione dei diritti e della lettura. L’idea del progetto nasce dall’albo illustrato “L’autobus di Rosa”, patrocinato da Amnesty International Italia, attraverso il quale si può rileggere la storia di Rosa Parks e della sua lotta contro la segregazione razziale negli Usa. Quello che Rosa Parks subiva più di 60 anni fa, continua purtroppo ad accadere ancora oggi. Bambine/i e ragazze/i che visiteranno il bus potranno assistere a letture animate e attivarsi contro la segregazione che subiscono i bambini rom nelle scuole della Slovacchia. Sull’autobus, insieme ad Amnesty International Italia, la Tribù dei lettori e la casa editrice Orecchio Acerbo. www.amnesty.it/tour-autobus-di-rosa-tribu-dei-lettori-21-29-maggio-roma

    Il 26 e 27 maggio si terrà la VIedizione delle Giornate dell’Attivismo. In tutte le maggiori piazze italiane da Torino a Catania, da Milano a Bari, da Genova a Palermo attiviste e attivisti di Amnesty International Italia distribuiranno AMNESTYN, il principio attivo che sostiene e dà energia ai diritti umani, raccontando la loro attività quotidiana per la difesa dei diritti umani e chiedendo di unirsi all’associazione diventando attiviste e attivisti. A Roma le Giornate dell’Attivismo saliranno su “L’autobus di Rosa” domenica 27 maggio  all’Auditorium Parco della Musica (Viale Pietro de Coubertin) dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18. www.amnesty.it/giornate-attivismo

    Il 9 giugno Amnesty International Italia prenderà parte al Bologna Pride 2012 e rilancerà il suo appello ai governi affinché pongano fine alla discriminazione nei confronti delle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuali), garantiscano il loro diritto alla libertà d’espressione e le tutelino dagli attacchi violenti. A Bologna, l’associazione organizzerà due convegni: “Identità precarie: visibilità e militanza Lgbti in contesti ostili. La questione Pride a rischio” il 24 maggio e “Turchia, Russia, Albania, Italia: tra lotta all’omofobia e libertà d’espressione” l’8 giugno. Nel periodo del Pride, Amnesty International Italia ospiterà tre attivisti: Olga Lenkova (Associazione Coming Out di San Pietroburgo, Russia), Sevval Kilic (Istanbul Lgbtt Solidarity Association, Turchia) e Altin Hazizaj (Pink Embassy, Tirana, Albania). www.amnesty.it/bolognapride

    Dal 14 al 21 luglio è in programma a Lampedusa il primo campeggio internazionale per i diritti umani. L’isola ancora una volta sarà teatro di un incontro fra la popolazione locale e chi vuole confrontarsi sui temi delle migrazioni, dei rifugiati, e su cosa è possibile fare per far convivere rispetto dei diritti e esigenze di chi a Lampedusa ci vive e di chi a Lampedusa ci approda. È prevista la partecipazione di circa 80 persone da tutta Europa. Dal 24 al 29 luglio Palermo ospiterà il Meeting europeo dei giovani: giovani attiviste e attivisti di Amnesty International si incontreranno per scambiarsi idee, conoscenza, pratiche e organizzare insieme una manifestazione conclusiva. Dal 30 luglio al 4 agosto ancora giovani, stavolta dai 15 ai 20 anni, interessati ai diritti umani e a passare una vacanza diversa, per confrontarsi con loro coetanei e per avere un primo contatto con l’associazione; l’occasione sarà la VI edizione di U4Rights!, che sarà ospitata nel Centro di educazione ambientale Panta Rei, sul lago Trasimeno (Pg). campogiovani@amnesty.it

di Luisa Betti 
pubblicato il 25 maggio 2012 

Il nostro Paese si distingue (in negativo) per le violazioni dei diritti compiute ai danni di migranti, minoranze etniche (rom), minoranze sessuali, torture, maltrattamenti in carcere, discriminazioni verso le donne.
Nei Rapporti annuali di Amnesty International, l’elenco dei diritti violati nel mondo è così numeroso, e talmente esteso, che il rischio è di perdersi. Ieri a Roma è stato presentato il Rapporto 2012 dove si è parlato di “endemico fallimento della leadership a livello locale e globale nel proteggere i diritti umani”. Tra i 155 paesi visionati, un abbondante capitolo è stato dedicato all’Italia che in un contesto europeo è un Paese che si sta distinguendo in materia di violazioni dei diritti umani: sui migranti e richiedenti asilo, sui rom, sui diritti delle popolazioni LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender), su torture e maltrattamenti da parte delle forze dell’ordine e delle guardie carcerarie, e per le forti discriminazioni sulle donne. Per la prima volta Amnesty ha dichiarato che il nostro Paese “deve superare la rappresentazione delle donne come oggetti sessuali e mettere in discussione gli stereotipi sul ruolo di uomini e donne nella società e nella famiglia”, con un richiamo esplicito alle raccomandazioni del Comitato Cedaw, che vigila sulla “Convenzione per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne” dell’Onu, fatte dopo la presentazione del “Rapporto Ombra” redatto dalla “Piattaforma Cedaw – 30 anni in corsa” e presentato l’anno scorso a New York, sulla condizione delle italiane. Chistrine Weise, presidente di Amnesty International Italia, dice che il problema degli stereotipi femminili e quello della violenza di genere, sono da considerare come priorità in Italia, e che l’elevato numero dei femmicidi che si stanno consumando nel Paese dimostra la necessità di un intervento da parte delle Istituzioni e del Governo. “Per combattere la violenza di genere e i femmicidi, la prima cosa è il sostegno economico ai centri antiviolenza che devono essere finanziati e rafforzati -  dice Weise – e lo dico non come opinione personale ma in quanto presidente di Amnesty in Italia. L’assenza di un’azione reale per contrastare il fenomeno, è da considerare come una delle violazioni dei diritti umani molto grave”.
In Europa in fatto di discriminazione di genere e violenza domestica - in aumento in tutto il territorio europeo e strettamente legato al femmicidio - l’Italia però non è da sola. In Danimarca “un certo numero di reati e abusi sessauli non consensuali – si legge sul rapporto – in cui la vittima è indifesa a causa di una malattia o ebrezza, non sono punibili per legge se il perpetratore e la vittima sono spostati”; in Finlandia “i servizi per le vittime di violenza sono rimasti inadeguati” soprattutto per le vittime di violenza domestica in quanto, essendo i centri finanziati dai servizi per la protezione dell’infanzia, hanno ospitato principalmente donne con figli ponendo “molte persone vulnerabili a rischio di ulteriore violenza”. In Norvegia “le donne non sono state adeguatamente tutelate contro la violenza nella legge e nella prassi” in quanto “nonostante il numero di stupri denunciati alla polizia sia aumentato, più dell’80% di questi casi sono stati chiusi prima di giungere in tribunale”. In Portogallo la violenza domestica “è un grave motivo di preoccupazione” (solo l’anno scorso le denuncie di violenza familiare erano 14.508) e anche in Albania la violenza domestica, che non è consoderata reato, non è punita nei tribunali e le donne non sono adeguatamente tutelate.
Per quel che riguarda il diritto alla salute delle donne in Polonia, dove l’aborto è legale quando la donna è in pericolo di vita, quando gli esami prenatali indicano un forte rischio per il feto, e quando la gravidanza sia il risultato di un atto criminale, “una donna incinta, a cui fu negato di sottoporsi tempestivamente a test genetici”, ha partorito una bambina gravemente malata. In Bosnia ed Erzegovina le donne sopravvissute agli stupri di guerra non hanno avuto garanzia al diritto di riparazione né al diritto a serivizi sanitari adeguati anche quando “soffrivano di patologie sviluppate in conseguenza dello stupro subito”.
In Asia le donne non se la passano meglio. Nelle Filippine il presidente Aquino, lo scorso marzo, ha riconosciuto la presenza di 300.000 aborti illegali all’anno in un contesto in cui l’interruzione di gravidanza è considerato un reato, mentre in Afghanistan, Bangladesh e Pakistan le donne continuano a subire discriminazione gravissime: violenze domestiche legalizzate da leggi, stupri - subiti da parte di estranei, datori di lavoro, parenti, familiari, in casa o anche in carcere e nei commissariati - matrimoni forzati, attacchi con l’acido e mutilazioni corporali per vendetta da parte di uomini e mariti, in un contesto in cui le donne continuano a finire in prigione per “reati morali”.
Malgrado le donne abbiano avuto un ruolo importante nelle primavere arabe, il rischio è che anche in questi paesi il cambio politico non risolva il problema dei diritti di genere. “In Egitto e Tunisia - ha ricordato Weise - Amnesty ha pubblicato un piano in dieci punti che includono la libertà di opinione, di manifestare, la lotta contro le torture, e il rispetto delle donne. Lo abbiamo sottoposto ai partiti che hanno vinto le elezioni del dopo Ben Ali e Mubarak, ma non abbiamo avuto nessuna risposta. In Egitto il medico che ha praticato i test della verginità sulle 17 ragazze fermate dalle forze dell’ordine per aver partecipato alle manifestazioni a piazza Tahrir, è stato processato ma non condannato. Test che sono illegali, ed eseguiti contro il volere delle donne, solo per evitare l’accusa di stupro all’interno del carcere in quanto una donna che non è più vergine avrebbe avuto difficoltà ad accusare un soldato di stupro”.
Negli Usa permane un alto tasso di mortalità per cause legate alla gravidanza in base alla disparità di “etnia, razza e reddito”, mentre in Canada la violenza sulle donne native è una vera emergenza e a ottobre nella Columbia Britannica, “è stata aperta un’inchiesta sulla risposta della polizia nei casi di donne scomparse e uccise a Vancouver”. In Sud America “la violenza di genere e la violazione dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne e delle ragazze sono rimaste una preoccupazione diffusa”: in Messico le donne continuano a morire come mosche e la maggior parte dei responsabili gode di assoluta impunità; ad Haiti ormai la violenza sessuale nei campi per sfollati interni è la norma e in Salvador il personale militare può procedere a persquisizioni vaginali e anali illegali a donne e ragazze in visita ai loro familiari in carcere.
In Africa permane una situazione di assoluta drammaticità: in Burundi a settembre una donna incinta è morta dopo essere stata chiusa a chiave in un reparto maternità senza controllo, e nei campi profughi di Kenya, Ciad, Etiopia, Eritrea, le donne continuanio a essere stuprate appena si allontanano dalla propria locazione per fare legna da ardere.
 


Egitto: va in onda il niqab
  • Per evitare polemiche e personalizzazioni, riporto la notizia così come è apparsa in agenzia, grazie.

    Il Cairo, 22 mag. – (Aki) – E’ polemica in Egitto per il canale televisivo satellitare Marya condotto da sole donne in niqab, ovvero con il velo integrale. L’emittente, “esclusivamente femminile”, come ha precisato la sua general manager Sheikha Safaa, sta testando le sue trasmissioni e fa sapere che agli uomini non sarà permesso di interferire nelle sue politiche editoriali o nei contenuti dei programmi. Sheikha Safaa ha precisato anche che il proprietario del canale, l’ultraconservatore salafita Sheikh Abu Islam Ahmad Abd Allah, avrà un ruolo solo “consultivo” per la sua “esperienza nei media”. “Il lavoro nell’emittente sarà condotto dalle sorelle, soprattutto perché le donne sono più brave a parlare delle proprie necessità”, ha detto, aggiungendo che l’emittente ”punta a togliere le ingiustizie” sulle donne velate che soffrono della marginalizzazione. Il titolare dell’emittente ha detto di aver scelto il nome Marya per la sua televisione in riferimento a Mariyah al-Qibtiyyah, una donna che venne donata al Profeta Maometto e che gli diede un figlio, Ibrahim. In un’intervista con Masrawy, il veterano della serie televisiva egiziana, Tarek Habib, ha denunciato l’idea di una emittente di sole donne velate affermando che il niqab è stato più volte usato per commettere reati. “E’ essenziale – ha aggiunto – conoscere l’identità e il sesso di chi va in onda e parla a milioni di telespettatori”. Anche l’attrice egiziana Athar Al Hakim, citata dalla rivista femminile Majalatouki, ha contestato l’emittente. ”Ho il diritto di sapere chi mi sta parlando dallo schermo televisivo – ha detto – La questione del niqab è un fatto che riguarda la sicurezza nazionale ed è inaccettabile nella società egiziana nonostante le diversità religiose”.

di Luisa Betti 
pubblicato il 24 maggio 2012 
“Narrazioni ribelli” per donne rivoluzionarie
  • Il 25 marzo del 1911 è una data che tutte le donne dovrebbero conoscere, perché la Giornata Internazionale della Donna, cioè la Festa della Donna, ovvero l’8 marzo, nasce da lì. Per ricordare le lotte sociali e politiche delle donne, si parte dal terribile incendio che quel giorno distrusse la “Triangle Shirtwaist Company”, a New York City, un’azienda tessile che produceva appunto le shirtwaist, le camicette alla moda dell’epoca. Il palazzo di 10 piani conteneva 500 persone tra lavoratori e lavoratrici, ma la maggior parte erano giovani e giovanissime immigrate dalla Germania, dall’Italia e dall’Europa dell’est: ragazzine anche di 12, 13 e 14 anni, che lavoravano con turni di 14 ore al giorno per 6 ai 7 dollari la settimana. Lo sciopero delle operaie tessili, iniziato il 22 novembre 1909 e conosciuto come “la protesta delle 20.000″, iniziò proprio alla Triangle Company, e l’International Ladies’ Garment Workers’ Union – uno dei più importanti sindacati degli Usa – negoziò un contratto collettivo di lavoro – dopo uno sciopero di 4 mesi – che la Triangle si rifiutò di firmare. L’incendio che scoppiò due anni dopo, iniziò all’ottavo piano del palazzo e uccise 147 persone – per la maggior parte giovani operaie – perché Max Blanck e Isaac Harris, proprietari dell’azienda, si misero in salvo lasciando le donne nelle stanze dove lavoravano le cui porte erano state chiuse a chiave per paura che rubassero o facessero troppe pause. 62 delle 147 vittime si buttarono disperate dalle finestre con i vestiti in fiamme, altre si lanciarono sul montacarichi, altre cercarono di spaccare le porte, e il processo che seguì fu l’assoluzione per i porprietari e un’assicurazione 445 dollari per ogni operaia morta. Ora questa storia l’ha scritta con parole adatte Maria Grazia Cutrufelli, giornalista e scrittrice, nel racconto “Fuoco a Manhattan” contenuto nella raccolta “Lavoro vivo” (Edizioni Alegre, 2012), un libro che oggi alle 18.00 sarà presentato  al festival “Letteraria – Narrazioni ribelli” – che si svolge dal 23 al 25 maggio alla facoltà di Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma, Piazzale Aldo Moro 5 – dove si alterneranno lezioni, dibattiti, presentazioni e reading letterari, insieme alla redazione della “Nuova Rivista Letteraria”, semestrale di letteratura sociale, che ha tra i suoi redattori e redattrici, Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Maria Rosa Cutrufelli, Bruno Arpaia, Salvatore Cannavò. Il Festival è dedicato a Stefano Tassinari, scrittore, drammaturgo e sceneggiatore prematuramente scomparso a 56 anni dopo una grave malattia.

    Alcuni estratti dal racconto “Fuoco a Manhattan” di Maria Rosa Cutrufelli

     Ada mi disse: “Ecco la tua busta”. Io la presi, la infilai nel corpetto e in quell’istante… fu allora che scoppiò l’incendio. Non feci in tempo a gridare “aiuto!” che già la sala avvampava da cima a fondo. Bruciavano le stoffe, bruciava il legno sporco, imbevuto dell’olio che serviva per il macchinario, bruciavano le belle camicette già pronte e impacchettate per i negozi. Sul momento, dovete credermi, non pensai al pericolo: pensai al mio lavoro, alle tante ore di fatica che se ne andavano in quel modo inutile. Poi una frustata, un colpo di cinghia, schioccò dentro la mia testa e immediatamente corsi in direzione dell’uscita. Correvo io, correvano le mie compagne… Arrivate alla porta, cominciammo a scuoterla e a tentare di forzarla. Trenta, quaranta ragazze, tutte a spingere. Ma la porta non si apriva.

    (…) 

    Stavo ancora là affacciato a valutare la situazione, quando, come a un segnale, cominciarono a cadere le ragazze. Le vidi, come no. Le vidi. Cadevano dalle finestre, a grappoli, da sole o abbracciate l’una con l’altra, e le gonne in fiamme segnavano l’aria come la scia di una cometa. Alcune rimasero impigliate ai cornicioni fin quando i vestiti non si consumarono, bruciando. A quel punto caddero anche loro. E i pompieri furono costretti a ritirarsi: si spostarono sul lato opposto del marciapiede, per non essere travolti.

    (…)

    D’altronde mai, a New York, si era verificata una simile carneficina: 147 persone morte tra le fiamme! Tante ne contarono: 147. Ma non è esatto dire “persone”, bisognerebbe aggiungere che si trattava di ragazze, per lo più, e in massima parte italiane. Giovani, spesso giovanissime, quasi bambine.

    (…)

    Il processo si tenne a dicembre. Prima, però, i proprietari della Triangle offrirono ai familiari delle vittime una settimana di paga. Come fosse una gratifica natalizia… Purtroppo qualcuno non ebbe la forza di rifiutare, ma che volete, erano tempi di fame e quei soldi servivano, altroché se servivano! Tanto più che molte delle sopravvissute non avevano potuto ritirare la paga o l’avevano persa mentre cercavano di salvarsi. In ogni modo il signor Harris e il signor Blanck non ci rimisero neanche un centesimo. Anzi. La compagnia di assicurazione li rimborsò pagando 445 dollari – quattrocentoquarantacinque! – per ogni dipendente. Fatevi i conti…

    (…)

    A ventitré giorni dall’inizio del processo, il 27 dicembre, finalmente la giuria si ritirò per deliberare. Erano le 2,55 del pomeriggio, me lo ricordo eccome! Due ore dopo, alle 4,45, i giurati rientrarono in aula e il presidente lesse la sentenza: nessun colpevole… nessuno aveva colpa di quanto era accaduto.

    (…)

    Erano davvero tante, le ragazze: polacche, russe, irlandesi, tedesche, italiane del sud e anche del nord. Solo a quel piano, cento, duecento operaie. Forse di più. Ognuna con la propria lingua. Ma tutte cucivano bluse e camicie e lavoravano in uno spazio così stretto che, per manovrare le macchine, dovevano sedersi di sbieco.

    PROGRAMMA

    LETTERARIA – FESTIVAL DELLE NARRAZIONI RIBELLI

    Dedicato a Stefano Tassinari

    Mercoledì 23

    Ore 16:00: Presentazione del festival

    Ore 16:30: Lezione di Maria Rosa Cutrufelli sui romanzi delle stragi, sulle tracce del libro “I bambini della ginestra” (Frassinelli)

    Ore 18:00: Presentazione della raccolta di racconti sul lavoro “Lavoro vivo” (Alegre) con gli autori: Maria Rosa Cutrufelli, Angelo Ferracuti, Carlo Lucarelli

    Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

    Ore 21:00: Omaggio a Stefano Tassinari: reading musicale dalle sue opere, con la voce di Checchino Antonini, Maria Rosa Cutrufelli, Andrea Satta. Con le musiche di Andrea Satta e dei Tete de bois

    Giovedì 24

    Ore 16:00: Lezione di Pino Cacucci su Letteratura e Ribelli, sulle tracce del libro “Nessuno può portarti un fiore” (Feltrinelli)

    Ore 18:00: Presentazione dell’ultimo numero della rivista “Letteraria. Semestrale di letteratura sociale” (Alegre) con interventi dei redattori: Carlo Lucarelli, Pino Cacucci, Maria Rosa Cutrufelli, Bruno Arpaia, Salvatore Cannavò

    Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

    Ore 21:00: Reading musicale dal libro “Sorci verdi. Storie di ordinario leghismo” (Alegre) e le musiche dei Kind Of Two.

    Venerdì 25

    Ore 16:00: Lezione di Bruno Arpaia su letteratuta e scienza, sulle tracce del libro “L’energia del vuoto” (Guanda)

    Ore 18:00: Presentazione del libro di Daniel Bensaid “Una lenta impazienza” (Alegre), con: Felice Mometti (ricercatore), Maurizio Ricciardi (Docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna), Benedetto Vecchi (giornalista de Il manifesto)

    Ore 20:00: Spazio Caffè letterario e aperitivo

    Ore 21:00: Reading musicale dai libri “Scuola diaz vergogna di Stato” (Alegre) e “Diaz” (Fandango).
    A seguire immagini dalle manifestazioni europee a Francoforte contro le politiche dell’austerità, e intervento di uno dei partecipanti della tre giorni “Blockupy Frankufurt”

di Luisa Betti 
pubblicato il 23 maggio 2012